Buongiorno, amici! Come state? Immagino che le vacanze siano giunte al termine quasi per tutti, ormai.
Tranne che per me :) Le mie sono infatti appena iniziate... e finalmente!
Scrivo questo articolo seduta sul letto della camera di albergo, tra mappe e brochure turistiche, dopo una meravigliosa giornata di escursioni nella natura selvaggia e autentica della Transilvania. Ve ne parlerò presto, non temete. Sapete quanto mi piaccia, di tanto in tanto, "immergervi" nelle mie esperienze di viaggio.
Ho la vostra attenzione? Chi tace acconsente, dunque!
Introduciamo senza indugi il vero protagonista di oggi; si tratta dell'11esima edizione di un evento a dir poco unico, accolto e promosso dalla nostra bella Torino: i Graphic Days.
Ebbene sì, ancora una volta il lato artistico è posto al centro della vita cittadina, in un percorso che trarrà dal disordine il proprio fil rouge. Al punto da utilizzarlo come tema e titolo.
Può il design mettere ordine e chiarezza in un mondo dominato dal caos e, contemporaneamente, sfruttare quello stesso disordine per innescare riflessioni?
Queste sono soltanto alcune delle domande a cui i Graphic Days tenteranno di dare risposta. O, sarebbe meglio dire, cui tenteranno di dare spazio.
Mai argomento fu più azzeccato, converrete con me; tutt’intorno, una sarabanda sociopolitica senza precedenti accompagna ogni nostro giorno e mette a soqquadro priorità e progetti.
Ma prima di approfondire l’edizione 2026, facciamo un passo indietro, ricostruendo la storia e gli scopi dietro questa iniziativa.
I G.D. sono nati a Torino nel 2016. Il progetto è stato ideato da Print Club Torino, il primo laboratorio di stampa italiano, avviato nel 2015.
Si tratta di un vero e proprio nucleo culturale, “che cura e realizza progetti educativi con ricadute sociali (dalla rigenerazione urbana a iniziative di cittadinanza attiva); è un festival internazionale di divulgazione annuale e un osservatorio sul visual e social design, grazie alla collaborazione con una rete di attori internazionali e locali; è uno spazio di disseminazione attraverso la cura e la promozione di progetti, mostre e residenze artistiche; “we mix design and people” è il claim: sfruttando la sua capacità di comunicare in modo visivo e immediato, il visual design riduce le distanze tra mittente e destinatario, veicola messaggi e stimola il dibattito, con l’intento di rendere i beneficiari attivi e orientati al cambiamento (dal sito ufficiale, parte 1)”.
Illustrazione, tipografia, calligrafia, editoria, video making, data visualization, street art e molto altro. Settori strettamente legati fra loro, a (di)mostrare quanto la grafica pervada il nostro quotidiano e meriti un ruolo da protagonista.
Potrebbero sembrare meri anglicismi, fredde sigle a indicare chissà quale strana inutile diavoleria digitale. Conosco quello scetticismo, lo condividevo. Perciò vi incoraggio a ricredervi, come ho fatto per fortuna io; visitate il festival, immergetevi nei suoi colori e nella sua vastità espressiva; scoprirete quanto sia brillante, quasi magico. E quel brillio vi si attaccherà addosso per un bel po’, regalandovi nuovi occhi.
Il programma si arricchisce, ogni anno, di laboratori, visite guidate per grandi e piccini e, soprattutto, conferenze: i successi, le lezioni e la visione di chi ha trasformato la propria passione in una professione ultra dinamica, modernissima. Ancora, numerose performance live di arte visiva e musica adottano e ridisegnano gli spazi, all’insegna della contaminazione continua.
Infine, contributi –storici, contemporanei e sperimentali- dialogano tra loro, così che il festival possano muoversi nel tempo e nello spazio, tra esposizioni internazionali intriganti e audaci. Ultima chicca, durante il fine settimana Graphic Days ospita la mostra-mercato dedicata a tutte le realtà artigianali legate alla comunicazione visiva. Per i visitatori è possibile acquistare stampe o pezzi unici, toccando con mano i processi e gli strumenti adoperati nella loro stessa realizzazione.
Cosa ne dite, adesso che siamo più consapevoli della genesi e delle potenzialità del festival, di concentrarci sul tema annuale: il disordine?
Il concetto di disordine non è da intendersi come caos bensì come seme primordiale e spazio di possibilità e prospettiva, coraggioso abbastanza da mettere in discussione strutture e gerarchie. Il linguaggio visivo diventa dunque il tool, lo strumento tramite cui esprimere la propria energia o raccontarsi: complessi, ordinati, disordinati, umani. Una sfumatura creatrice, non distruttrice.
“Si tratta di un processo: un percorso imprevedibile, in cui valorizzare la bellezza dell’imperfetto come fonte di ispirazione; come pure un atto di ibridazione, il superamento dei confini disciplinari e l’adozione di linguaggi eterogenei, contaminando analogico e digitale, arte e grafica, design generativo e design euristico (dal sito ufficiale, parte 2)”.
E come non citare la sua funzione di specchio del presente? Il disorientamento politico, le guerre, i conflitti sociali, il sovraccarico informativo, l’impatto dell’I.A.; un presente complesso in cui il disordine non è tanto qualcosa da solennizzare quanto lo status quo, una costante con cui rapportarsi obbligatoriamente e da cui far scaturire modalità più efficienti. Se possibile.
Il disordine diviene così simbolo di manifestazione e dissenso. Alcuni esempi specifici? Il rifiuto di un design classista o troppo soggetto alle regole del consumismo (che rende obsoleto un prodotto poco dopo averlo lanciato sul mercato) e il superamento della forma, a vantaggio della funzione.
La verità è una e una soltanto: poco importa quale sia il linguaggio scelto -musicale, visivo, scritto, motorio, verbale- l’uomo se ne servirà sempre per esprimere emozioni, anche molto forti. Perché -semplicemente- è la nostra natura. In qualità di individui sociali abbiamo bisogno di comunicare; dare per scontato che una forma di linguaggio a noi meno affine non abbia nulla da dirci, sarebbe un grave errore. Il mondo grafico con le sue infinite diramazioni, alla stessa maniera della pittura, della poesia o della musica, veicola ragionamenti e sentimenti universali. Critica. Speranza. Perché privarcene?
Insomma, riassumendo: antropologia, spunti filosofici e impegno sociale ne abbiamo? Direi di sì! Non ci resta che partecipare. Questa volta, ai Graphic Days.
Quando?
Dal 15 al 25 ottobre 2026, con i seguenti orari:
opening 15/10 h 18-24
lun-ven h 14-20
sab-dom h 10-20
Dove?
Cantieri del Gruppo Building, via Banfo 16 e 43
La poesia di oggi è affidata alla penna di Ivano Ferrari. Nato a Mantova nel 1948, ha esordito nel 1986 con A forma d’errore e ha partecipato all’antologia Nuovi poeti italiani 4 (Einaudi 1995). Sempre per Einaudi ha pubblicato le raccolte La franca sostanza del degrado (1999), Macello (2004) e La morte moglie (2013), quest’ultima insignita del premio Giovanni Pascoli nel 2014. Nel 2008 per Effigie è uscita Rosso epistassi. Ha lavorato al Palazzo Te di Mantova come custode. È morto nel 2022.
“Se fossi un intellettuale
col cranio pieno di dolore
e di implacabile angoscia
volteggerei come una libellula vestita di fiori.
Ma per tornare al concreto non lo sono.
Voglie di iena mi vengono non soffrendo di insonnia
e se non fosse per il nome che porto
mi sigillerei in una conchiglia
e in quell’antro molliccio affinerei i denti.
Ma devo accontentarmi di quel che passa il cervello
ed è un abisso di stelle”
(tratta da “Transitori e Risorti”, Crocetti 2026)
Questo verso in particolare:
“Ma per tornare al concreto non lo sono”
E’ vero; non possiamo volteggiare come libellule, non letteralmente. Siamo fatti di concretezza. Tuttavia, le ali possono nascere dove non ci aspetteremmo mai, in quel “cranio pieno di dolore” che prima o poi avrà bisogno di issarsi, allontanarsi dal suolo e volare, per trovare il suo “abisso di stelle”. Usiamo perciò gli strumenti a nostra disposizione -frivoli solo in apparenza- per regalarci qualche momento di gioia e creatività, per godere dell’arte tutta. Impegnati, certo. Vigili. Ma comunicanti.
Pensateci su.
Alla prossima














