Passi in avanti per la legge regionale sui nuovi data center in Piemonte, cioè quegli edifici o sale progettate per ospitare infrastrutture come server, dispositivi di rete, sistemi di archiviazione e apparati di sicurezza. Infrastrutture sempre più centrali nell'economia digitale, con un impatto sul territorio dove si insediano, a partire dal grande consumo di elettricità per il funzionamento e di acqua per il raffreddamento, oltre che di inquinamento acustico.
L'iter
Per dare una risposta alle esigenze dei territori, negli scorsi mesi l'assessorato all'Ambiente ha avviato una consultazione pubblica per raccogliere osservazioni, contribuiti e proposte da parte dei cittadini, imprese locali, associazioni di categoria, ordini professionali per l'elaborazione della proposta di legge. "I contributi pervenuti sono all'esame degli uffici tecnici regionali, che stanno procedendo alle verifiche sotto il profilo tecnico e procedurale" ha spiegato oggi l'assessore regionale all'Ambiente Matteo Marnati, in risposta alla consigliera di AVS Valentina Cera che ha chiesto di dare un'accelerata al provvedimento alla luce del nuovo progetto previsto nell'area ex ILTE di Moncalieri.
Conclusa questa fase, l'Assessorato "procederà con i successivi adempimenti previsti" per l'approvazione del disegno di legge. La bozza della norma sui nuovi data canter parte da un principio netto: i data center non possono essere considerati semplicemente capannoni tecnologici, dato il loro impatto ambientale e sul paesaggio. Per questo la Regione vuole introdurre una classificazione delle aree in zone di attrazione, di repulsione e di esclusione.
La classificazione
Nelle aree considerate più adatte gli investimenti potrebbero essere favoriti attraverso procedure più semplici. In quelle di repulsione, invece, gli insediamenti sarebbero ammessi soltanto rispettando condizioni più stringenti. Ci sono poi aree che la bozza indica come sostanzialmente incompatibili: parchi, riserve naturali, siti della Rete Natura 2000, terreni di elevato interesse agronomico e zone a rischio idrogeologico elevato.
Non è tutto. Tra i requisiti ipotizzati compaiono una quota minima obbligatoria di energia elettrica da fonti rinnovabili, limiti all’utilizzo dei gruppi elettrogeni di emergenza, sistemi di raffreddamento a basso consumo idrico, recupero del calore di scarto e soglie specifiche di efficienza energetica.














