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Nuove Note | lunedì 16 ottobre 2017, 20:43

Il LabPerm e il loro “Armonie dai confini dell’ombra”: una performance di teatro e musica corale che diventa disco

L’album, fatto di 21 momenti, ci narra dal punto di vista dello spettatore la performance itinerante omonima

Oggi Nuove Note allarga i suoi confini e vi presenta un progetto eclettico fatto di teatro, danza e canto corale. Loro sono cinque, fanno parte del LabPerm, il loro progetto si chiama Healing Presence e il 23 ottobre pubblicheranno “Armonie dai confini dell’ombra”. L’album, fatto di 21 momenti, ci narra dal punto di vista dello spettatore la performance itinerante omonima. Nelle cripte dell’ex cimitero di San Pietro in Vincoli per solo 23 spettatori alla volta per 23 spettacoli dal 23 ottobre al 23 novembre, prenderà vita la presenza che cura a partire dall’elemento del silenzio. Per capire bene il progetto, la performance e il disco abbiamo fatto una chiacchierata con il leader del gruppo Domenico Castaldo e con l’attore Rui Albert Padul.

Chi siete e cosa fate?

R. Siamo il Laboratorio Permanente di Ricerca sull’Arte dell’Attore di Domenico Castaldo, siamo una compagnia teatrale professionale che è attiva a Torino da vent’anni. La nostra attività principale è la ricerca sul teatro. Lavoriamo quotidianamente approfondendo gli strumenti dell’arte attoriale.

Il progetto Healing Presence indica la presenza che cura. Perché la presenza è una cura e cosa cura?

D. L’essere presenti impone un certo tipo di attenzione, è una pratica che si accresce. Se in musica la chitarra è lo strumento, nel teatro è l’essere umano. Ad esempio un pianoforte va accordato per farlo funzionare al meglio, allo stesso tempo c’è un certo tipo di presenza che se curata trasmette cura. Quando noi vediamo un giardino curato ci da una determinata sensazione e/o emozione che ci fa sentire meglio. Il nostro obiettivo è questo avere cura di sé e trasmetterla, perché anche gli altri abbiano cura di sè.

Definite la performance “Armonie dai confini dell’ombra” come concerto in movimento, un’esperienza di canto tattile. Come questo si traduce nel disco.

R. All’interno del disco c’è proprio una nota che parla di questo. Noi lo abbiamo registrato dal punto di vista di un ascoltatore. Nello spettacolo ci muoviamo nelle cripte e da qui viene il concetto di performance itinerante. Il disco cerca di essere l’orecchio dello spettatore, in fase di registrazione abbiamo messo in ogni stanza i microfoni nelle varie stanze erano le orecchie degli ascoltatori. L’effetto dei vicino e dei lontano, le voci che girano rendono l’idea di essere lì a godere della performance.

 

Nel disco il coro è il protagonista, chi si è occupato della scrittura di questi?
D. Noi non scriviamo, non siamo musicisti, non componiamo. I pezzi vengono composti in base alle qualità performative degli attori e delle attrice. Ogni voce e ogni melodia, che poi genera le armonizzazioni, sono come delle azioni dell’attore. Sullo stesso tempo un canto può avere una partitura differente in base a chi lo esegue. Tutto è scritto nel corpo, nel modo in cui procediamo con le azioni.  

Il tema della performance e quindi del disco?
D. Il tema è il silenzio. Il principio è il silenzio ma la parola infrangendolo cerca di andare oltre, come dice uno dei testi del lavoro. Molti ci hanno chiesto cosa fosse lo spettacolo, se musica, teatro o danza, è tutto questo. Il punto reale sta nel fatto che è un modo di cantare affidato alla persona. Se lo strumento funziona allora inizia a vibrare e si mette in atto una prossemica che crea un grande effetto empatico.

La vostra Torino artistica e non.

D. Torino è una città molto attiva, c’è un sacco di fermento. Io dividerei la forza recettiva della città in due: da una parte le persone e dall’altra le istituzioni. Credo che ci sia una sorta di conflitto che va a favore delle istituzioni teatrali. C’è un enorme fermento dal basso, di persone che desiderano fare teatro o vederlo in una maniera completamente dirompente e nuova. Poi ci sono le istituzioni che assorbendo tutti i finanziamenti paralizzano l’innovazione. Le istituzioni guadagnano dal lavoro che fanno le piccole realtà diffondendo teatro nella città e lo regalano, quasi. Se in questa situazione dovessimo immaginare un’evoluzione positiva, le istituzioni come in passato dovrebbero aprirsi e mettere a disposizione fondi e spazi. Nonostante questa paralisi, le piccole realtà come la nostra si reinventano per sopravvivere e questo vuol dire che la città è viva. I torinesi sono un pubblico molto recettivo, la città non si sta arrendendo.

https://www.facebook.com/labperm/

Illustrazione di Ambra Gurrieri

Federica Monello

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