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Storie sotto la Mole | 22 febbraio 2020, 15:12

Storia del rubatà: come nacque questa delizia a Torino. Tutto merito di un fornaio abile e un sovrano gracile

Il piccolo Vittorio Amedeo II, erede al trono, era gracilino e poco in salute. Perennemente malaticcio, mangiava poco e digeriva ancor meno.

Storia del rubatà: come nacque questa delizia a Torino. Tutto merito di un fornaio abile e un sovrano gracile

"Mangia Vittorino, mangia"

"No, mi vien male alla pancia!"

Ogni giorno, tre volte al giorno – a colazione, a pranzo e a cena – si ripeteva sempre la stessa storia.

Il piccolo Vittorio Amedeo II, erede al trono, era gracilino e poco in salute. Perennemente malaticcio, mangiava poco e digeriva ancor meno.

Fin dalla sua più tenera età, passato il tempo della balia, il medico di Corte – tale Dottor Pecchio di Lanzo – si era occupato del piccolo sovrano in essere. Il dottore era convinto che, superato il periodo difficile dell'infanzia, Vittorio Amedeo II sarebbe potuto diventare un adulto in salute, in grado di governare il Regno senza problemi. Il corpo fragile del bambino aveva bisogno di nutrimento per poter crescere ma lo stomaco era troppo delicato, in grado di digerire poco e nulla. E così, negli anni, su indicazione del medico di Corte, dalla tavola del futuro sovrano erano scomparsi cacciagione e saporiti intrugli, in favore di pallide coscette di pollo e carote bollite. Tutto per non affaticare troppo lo stomaco ma fornirgli comunque la necessaria quantità di cibo.

 

"Mangia Vittorino, mangia" diceva la madre, Maria Giovanna. "Devi diventare grande e forte,” insisteva come sempre, porgendogli un pezzo di morbido pane bianco, “il Regno ha bisogno di te!"

"No, mi vien male alla pancia!"

E allora la madre prendeva la pagnotta e la svuotava di tutta la mollica. E Il ragazzino rosicchiava la crosta con poca convinzione.

 

Il dottore, che era giunto per la solita visita giornaliera, si fermò a guardare la scena incuriosito poi di fece avanti. "Sua maestà gradisce la crosta di pane?"

"Insomma, ma almeno non mi far venire il mal di pancia"

Fu in quel momento che il medico ebbe l’idea che l’avrebbe fatto passare alla storia!

 

Pecchio di Lanzo corse a cercare Antonio Brunero, fornaio di Corte.

"Dovrei preparare un pane senza mollica?" chiese questi.

"Sì e deve essere leggero!"

Il fornaio rifletté a lungo grattandosi il mento sporco di farina, poi sorrise, spalancò gli occhi ed esclamò contento: "Ho un'idea!"

Chiamò a raccolta quattro garzoni e con loro si mise al lavoro. Lui fece l'impasto di pane, poi il primo garzone si mise a stirarlo, il secondo lo divise in pezzi lunghi non più di tre dita, il terzo – un ragazzone dal viso sempre arrossato dal fuoco del pioppo– infornò il tutto. Infine, quando l'impasto parve cotto, il quarto tirò fuori il risultato e lo appoggiò sul tavolo. Mastro Antonio annusò, tastò e assaggiò mentre tutti gli altri trattenevano il fiato. “No, la consistenza non mi convince, rifacciamo tutto da capo!" e così fecero. Impastarono, stirarono, tagliarono ma, prima d’infornare, questa volta Brunero arrotolò i bastoncini di pane a mano. Una volta che furono cotti li spezzò, li morse e se li fece sciogliere in bocca. “Perfetti!" disse infine.

 

La sera stessa medico e fornaio si presentarono alla tavola di Corte. "Leggeri e friabili, perfetti per il vostro stomaco delicato" disse il dottore. Vittorio Amedeo II e sua madre ne presero uno a testa, lo spezzarono e poi cominciarono a mordicchiare.

"Buono!" disse subito il ragazzino. "Che pane è? Come si chiama?"

Il fornaio si grattò pensoso il mento sporco di farina "mmmmm... è un… un… un Rubatà!" esclamò infine molto soddisfatto per la sua trovata.
“Una delizia!” sentenziò il giovane sovrano.

 

Rubatà (o robatà, entrambe le grafie sono ritenute accettabili) dovrebbe significare arrotolato, anche se su significato e origine del nome ci sono teorie differenti. Il rubatà di Chieri è ufficialmente incluso nella lista ministeriale dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani (PAT), ma sono considerate zone di produzione del rubatà anche tutto il Torinese e il Monregalese.

Questa leccornia fu un’idea di Antonio Brunero, fornaio di Corte, che –  su suggerimento del medico reale Pecchio di Lanzo – studiò un tipo di pane più leggero e friabile da far mangiare al piccolo e cagionevole Vittorio Amedeo II.
Questi era figlio di Carlo Emanuele II di Savoia e di Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours.

Quando il padre morì prematuramente, nel 1675, lui aveva solo 9 anni e la madre divenne reggente in sua vece fino a quando il figlio non raggiunse la maggiore età… e forse la raggiunse grazie anche ai rubatà!

Rossana Rotolo

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