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Economia e lavoro | 06 luglio 2020, 12:50

La fine del lockdown non basta: le imprese restano votate al pessimismo, mai tanta cassa integrazione dal 1975

Aumentano i ritardi nei pagamenti ed esplode il ricorso agli ammortizzatori sociali nel terzo trimestre. Gallina: "Servono decisioni e azioni concrete: progetti mirati e non contributi a pioggia"

La fine del lockdown non basta: le imprese restano votate al pessimismo, mai tanta cassa integrazione dal 1975

"Servono azioni mirate e decisioni prese tempestivamente. Basta con i contributi a pioggia: meglio operazioni che siano focalizzate su determinati settori, per esempio l'automotive, come stanno già facendo in altri Paesi europei". Dalle parole di Dario Gallina, presidente uscente dell'Unione Industriale di Torino, emerge con chiarezza come le previsioni delle imprese torinesi e piemontesi da qui a settembre non promettano nulla di buono. E le cifre non fanno che confermare - in un periodo dell'anno in cui l'estate già tradizionalmente rallentava i ritmi - che la ripartenza dal Covid e dal lockdown sarà particolarmente dura. E il ricorso agli ammortizzatori sociali (ma così tanti da metà degli anni Settanta), ne è la certificazione.

Cala il clima di fiducia e non si sollevano gli altri parametri economici, nonostante maggio abbia portato con sé un progressivo riavvio delle attività in tutti i settori. Gli indicatori sono sostanzialmente allineati a quelli di marzo. Nel comparto manifatturiero, oltre il 48% delle imprese prevede una riduzione della produzione, contro il 15% che si attende un aumento. Il saldo (pari a -33,3 punti percentuali) peggiora di 4 punti rispetto a marzo. Sostanzialmente analoghe le previsioni sugli ordinativi: il 51% sconta una contrazione (contro il 13%). Era dal 2009, anno di picco della crisi scoppiata nel 2008, che non si registravano valori così negativi per produzione e ordini. Si aggrava il crollo dell’export e, soprattutto, della redditività.

Si impennano i ritardi nei pagamenti, che interessano oltre metà delle imprese. Esplode il ricorso alla CIG: oltre la metà delle aziende prevede di essere obbligata a fare ricorso agli ammortizzatori sociali. Percentuali così elevate non si erano mai registrate da quando esiste la rilevazione (1975). Il clima di fiducia è pessimistico in tutti i comparti, sia pure con sfumature un po’ diverse. Non fanno eccezione neppure i settori alimentare e chimico-farmaceutico, unici a non chiudere nei mesi di marzo e aprile.

Anche nel comparto dei servizi non vi sono miglioramenti significativi nelle aspettative delle imprese. Gli indicatori sono meno negativi rispetto a quelli dell’industria, ma restano comunque molto al di sotto del punto di equilibrio tra attese espansive e recessive.

"Il nostro sondaggio di giugno conferma pienamente le attese. Nonostante l’allentamento delle misure restrittive è troppo presto per ritornare a guardare al futuro con fiducia, date le grandi incertezze sui tempi della ripartenza e lo spauracchio di una nuova ondata di contagi", dice Fabio Ravanelli, presidente di Confindustria Piemonte e anche lui al passo d'addio prima di passare il testimone nella giornata di domani a Marco Gay, già presidente del gruppo Giovani di Confindustria Piemonte in passato -. Per il nostro paese il costo della crisi in termini di PIL, occupazione, produzione e reddito sarà certamente molto elevato, ma ad oggi non è ancora quantificabile".

"L’indagine fotografa il clima di profonda incertezza che stiamo vivendo: - aggiunge Gallina – mentre la domanda precipita le aziende si trovano anche ad affrontare la lentezza con cui le decisioni si traducono in azioni concrete, un lungo elenco di incognite ed un eccessivo carico burocratico e amministrativo. Siamo in una fase cruciale: la ripartenza è ancora lenta e non si può perdere altro tempo. Per rilanciare e sostenere la ripresa economica più che contributi a pioggia, servono interventi mirati elaborati su una visione strategica di lungo termine che punti ad un rafforzamento strutturale della domanda. Un esempio tra tutti è l’automotive, un settore strategico dell’economia italiana, per cui ancora oggi, nonostante lo shock subito dal lockdown, non è previsto alcun piano di supporto e rilancio concreto, come invece sta accadendo in altri Paesi europei. Se non si agisce in fretta, la nostra competitività sarà compromessa".

Massimiliano Sciullo

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