Il cibo di Porta Palazzo nasconde la storia di Torino. Il mercato più grande d'Europa è infatti un miscuglio di cucine, ricette, prodotti da ogni parte del mondo ma anche di immigrazione e storie personali. Gabriele Proglio, docente di Storia contemporanea presso l'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, ha raccolto tutto questo nel suo libro "Porta Palazzo, storia orale e sensoriale del mercato più grande d'Europa".
"Mi sono chiesto dove inizia e dove finisce il mercato - ha spiegato al Podcast a Domicilio - e ho pensato al luogo in cui si inizia a pensare al cibo. È ben più di un mercato, un luogo nel quale l'immigrazione ha trovato uno spazio di arrivo, prima dalle periferie di Torino, poi dal resto del Piemonte, dal Mezzogiorno e così via fino a oggi".
Proglio parte dall'episodio della madeleine di Proust e dall'indagine sui luoghi di Walter Benjamin per ragionare del potere del cibo, che si lega a memoria ed emozioni. Nella prima parte del libro intervista persone che hanno attività al mercato di Porta Palazzo e raccoglie storie di immigrazione, prima dal Sud Italia poi dall'Africa. Nella seconda parte fa invece un esercizio particolare: "Ho chiesto a otto donne delle otto principali comunità migranti di Torino di scrivere dieci storie l'una di altrettante persone delle loro comunità, nella loro lingua. E le parti non traducibili in italiano non sono state tradotte, ci sono termini che non lo sono perfettamente".
La storia del mercato di Porta Palazzo è infatti sempre stata legata al sovrapporsi di culture diverse, fin dall'anno in cui è nato: il 1935. "La storia di questo mercato inizia quando arriva il colera - racconta Proglio -. La corona decide per motivi sanitari di mettere in questo spazio tutti i mercati ortofrutticoli e Porta Palazzo inizia a diventare il punto di riferimento per tutte le persone che arrivano a Torino. Qui si trova qualcuno della comunità di origine, la possibilità di mangiare a poco, soluzione per dormire una notte, possibilità di trovare un lavoro".
"Il cibo non è solo quello che abbiamo nel piatto - conclude - ma incontro, convivialità, capacità di sedersi allo stesso tavolo e dialogare anche se si hanno lingue diverse. Dobbiamo smettere di pensare il cibo come comunità chiusa. Se analizziamo la storia gastronomica italiana troviamo molti ingredienti che non sono nostri. Abbiamo importato cibi o sono stati portati con le emigrazioni e trasformati".
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