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Attualità | 28 febbraio 2026, 14:02

La voglia di scrivere più forte dei colpi bassi del destino: i 'superpoteri' di Francesca Martinengo

La giornalista si racconta a cuore aperto, tra aspetti privati e quelli legati alla sua professione

Francesca Martinengo

Francesca Martinengo

Classe 1971, giornalista freelance per diverse testate, a seguito della diagnosi di paraparesi spastica Francesca Martinengo sceglie di convogliare la sua esperienza personale in un percorso professionale ad hoc, specializzandosi in moda adattiva. L'intervista nasce dalla lettura del suo libro "Il mio abito ha i superpoteri". 

Maggio 2007, la diagnosi: paraparesi spastica. Qual è stata la tua reazione? Come è cambiata la tua vita? 

"La disabilità cambia completamente la vita e rivoluziona la scala dei valori. Ti fa capire cose che prima non comprendevi davvero. Per esempio, cosa significa rinunciare ad andare in luoghi dove vorresti andare ma che non sono accessibili, rinunciare a tante altre cose: viaggi, feste, occasioni sociali. Vorrei però precisare che nel 2007 ho avuto i primi sintomi, quelli che mi hanno fatto capire che qualcosa non andava. Per arrivare a una diagnosi sono passati cinque anni. Cinque anni in cui mi sono rivolta a diversi medici e specialisti, ho fatto tutti gli esami possibili e mi sentivo ripetere che era solo stress. Ma io sapevo che non era stress". 

In che cosa consiste la moda adattiva e quali sono le differenze rispetto a quella “classica”? A chi si rivolge? Come hai scelto di specializzarti in questo ambito? 

"È una domanda complessa, perché racchiude quasi tutti i contenuti del mio libro Il mio abito di superpoteri, disponibile su Amazon. Nessuna casa editrice era interessata al tema della moda adattiva e dell’inclusione attraverso l’abbigliamento. Mi sono sentita dire persino: “Ma tanto chi lo legge un libro così? I disabili? Tanto non leggono”. Così mi sono autopubblicata.  La moda adattiva è pensata per rispondere alle esigenze di persone con corpi non conformi allo standard. Si tratta di capi progettati per essere indossati in autonomia e con facilità, garantendo comfort per tutta la giornata. 

La differenza rispetto alla moda “tradizionale” c’è, ma non si vede: è nascosta nei dettagli. Per esempio, chiusure in velcro o con piccoli magneti al posto dei bottoni, pantaloni con elastico in vita invece delle chiusure classiche, zip laterali lungo tutta la gamba, giacche più corte per chi è in carrozzina, tessuti ultra-morbidi per chi ha disabilità sensoriali, materiali traspiranti e termoregolabili. Il bello è che anche una persona con disabilità può finalmente scegliere come vestirsi ogni giorno, senza sentirsi diversa. 

Io sono una giornalista: prima del Covid mi occupavo di food. Poi ho capito che questo argomento non mi interessava più. Ho iniziato a scrivere di salute e, parallelamente, partendo dalle mie nuove esigenze personali, ho cominciato a fare ricerche su borse, scarpe, pantaloni e altri capi e accessori che fossero al contempo pratici ma ‘carini’ . Così ho scoperto la moda adattiva o adaptive fashion e ho deciso di specializzarmi in questo ambito". 

L’abbigliamento è uno dei nostri biglietti da visita: cosa significa per te vestirsi in modo da sentirsi “belli” e a proprio agio? In che senso l’abito è un simbolo? 

"È inutile negarlo: il modo in cui ci presentiamo agli altri è il nostro primo biglietto da visita. L’abito è la prima forma di comunicazione verso l’esterno. Il cosiddetto “effetto booster” è stato confermato anche da Izzy Camilleri, fondatrice del brand IZ Adaptive, in un’intervista che le ho fatto per Vanity Fair Italia. Mi spiegava che vestirsi in modo appropriato, e non con abiti troppo grandi solo per comodità, restituisce alle persone – ancora di più a quelle con disabilità – umanità e senso di appartenenza, aumentando fiducia in sé stesse e autostima. Mi raccontava di aver visto persone illuminarsi e piangere di gioia quando si rendevano conto di poter indossare qualcosa che non avevano mai pensato possibile. Inoltre, i capi adattivi permettono di vestirsi senza l’aiuto di nessuno. Anche una piccola conquista di autosufficienza quotidiana ha un valore enorme". 

Perché in Italia persiste una visione più medicale che fashion-oriented della moda adattiva? Da cosa dipende la scarsa rappresentatività in passerella? 

"Il ritardo italiano è frutto di concause storiche, sociali ed economiche. In Italia le persone con disabilità non hanno portato avanti, in passato, battaglie strutturate per i propri diritti come è accaduto in Paesi come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna. Fino agli anni ’80 molte persone con disabilità erano confinate in casa e non avevano una vera vita sociale. Anche l’abbigliamento rifletteva questa esclusione. In più, il mondo della moda è uno dei più escludenti: la persona con disabilità non è mai stata considerata né come cliente né tantomeno come corpo da rappresentare in passerella". 

Quali miglioramenti suggeriresti ai negozi, sia nella formazione del personale sia nell’accessibilità degli spazi? 

"Il primo passo sarebbe garantire l’accesso fisico: una pedana all’ingresso per consentire l’entrata alle persone in carrozzina sarebbe già un grande traguardo. Il personale dovrebbe rivolgersi direttamente alla persona con disabilità, non all’accompagnatore, e farlo con rispetto, senza eccessiva confidenza (senza dargli del tu, è una cosa davvero odiosa). Gli spazi dovrebbero essere realmente accessibili: niente scatoloni o pile di prodotti lungo i percorsi, soprattutto nei periodi di promozione. I camerini dovrebbero essere ampi, con sedute comode dotate di braccioli, appendiabiti ad altezza accessibile e appoggi per facilitare chi ha bisogno di sostegno mentre si cambia". 

In che modo l’intelligenza artificiale può supportare la moda adattiva? Cosa pensi del virtual try-on? 

"L’intelligenza artificiale è già presente nelle catene produttive e in alcuni negozi. Esistono specchi intelligenti che permettono di visualizzare modifiche personalizzate sui capi, offrendo un’esperienza di prova virtuale. Il cosiddetto virtual try-on – di cui penso tutto il bene possibile per l’aiuto che dà alla persona con disabilità, che fra l’altro spessissimo compra on line, senza poter provare i capi - consente di vedere il capo adattato alle proprie esigenze prima della produzione, con risparmio di tempi e costi. L’IA può essere applicata in molti segmenti della filiera, dalla progettazione alla produzione, non solo nella moda adattiva: ormai viene applicata in tutto il settore Fashion, anche per controllare la gestione del magazzino e dei flussi economici". 

Qual è il rapporto tra sostenibilità e inclusione? 

"Lo riassumerei in una parola: rispetto. Rispettare l’ambiente significa rispettare tutto ciò che ci circonda, comprese le altre persone. E rispettare significa includere. In questo senso, moda adattiva e moda sostenibile si sovrappongono. Inoltre, direi che per il prossimo futuro l’unico mondo sostenibile sarà quello inclusivo di tutte le diversità umane". 

Quando si è iniziato a parlare di bellezza inclusiva? Perché i canoni restano ancora “classici”? Da cosa nascono i pregiudizi? 

"I canoni di bellezza restano spesso quelli tradizionali perché i media mainstream – televisione e carta stampata – non hanno saputo rispondere tempestivamente ai cambiamenti e alle istanze che emergevano dai social e dalla vita reale…un vero peccato. Nel campo della moda adattiva e della bellezza inclusiva, i pregiudizi nascono dalla distanza percepita rispetto al canone dominante e dalla mancanza di pensiero critico indipendente. Serve una mente aperta per riconoscere la bellezza anche in un corpo o in un volto non standard. Insomma il pregiudizio nasce dall’appiattimento sui luoghi comuni". 

Quando si è affermato il concetto di body positivity e in cosa consiste? 

"Si è iniziato a parlare di body positivity nei primi anni 2000, con un nuovo modo di raccontare la bellezza: più reale, meno idealizzata. Un momento simbolico è stata la campagna “Real Beauty” del brand Dove, che ha proposto modelle di diverse etnie, età e taglie, promuovendo un’idea di bellezza autentica e inclusiva. Da allora, anche grazie alla spinta dei social, il punto di vista si è ribaltato: la body positivity celebra e incoraggia l’accettazione del proprio corpo, a prescindere da taglia, forma o imperfezione".

Federica De Castro

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