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E poe...sia! | 17 maggio 2026, 09:35

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Infiltrata speciale Bly

"La mignon" - olio su tela (1892) di Bartolomeo Giuliano; pittore di genere nato a Susa nel 1825 e morto a Milano nel 1909

"La mignon" - olio su tela (1892) di Bartolomeo Giuliano; pittore di genere nato a Susa nel 1825 e morto a Milano nel 1909

Buongiorno, #poetrylovers! Come state?

Non siete sconvolti anche voi dal fatto che, contro ogni pronostico (diciamolo, sono tempi barbari!), siamo giunti alle porte dell’estate? Maggio: mese delle rose, dei matrimoni, del Salone del Libro e delle prenotazioni aeree compulsive. Cosa ne dite di strizzare l’occhio a quest’aria nuova e frizzante, legittimamente più leggera, accompagnandola con qualcosa che profumi di buono? Un articolo luminoso, edificante, di quelli che su questi schermi mancavano da un po’. Sia chiaro, pregno di riflessioni e verità storica, come sempre; tuttavia, portatore di delicatezza. Speranza.

E guarda caso, amici, la volontà odierna coincide con il ritorno del format “Oggi parliamo di…”, tramite il quale analizziamo le vite di donne straordinarie, ancora troppo poco conosciute dal grande pubblico.

Finalmente, aggiungerei!

Di chi parleremo oggi? Di una donna che finse problemi psichici per farsi rinchiudere in un manicomio e salvare migliaia di donne dalla tortura. Robetta da niente, insomma.

New York, 1887. Nelly Bly lavorava come giornalista presso il NY World, editoriale di Joseph Pulitzer. Già, quel Pulitzer.

Circolavano da tempo voci oscure sul manicomio femminile di Blackwell’s Island (oggi Roosevelt Island, appena 8 chilometri da Manhattan): abusi, condizioni igienico-sanitarie terribili, negligenza, reclusioni a vita senza alcun accertamento della situazione medica delle pazienti. Eppure, le voci da sole non bastavano a creare “movimento” nell’opinione pubblica, men che meno in quegli anni. Bly necessitava di prove convincenti, inoppugnabili.

Che fare, dunque? L’unica cosa possibile, l’unico stratagemma che le permettesse di trasmettere un’immagine autentica di quel luogo di "cura", dai suoi ai nostri occhi. Si fece ricoverare in una pensione per donne e iniziò a simulare la follia: fissando il vuoto, parlando in modo confuso e fingendo amnesie. I "risultati" non tardarono ad arrivare. Nel giro di appena 48 ore, i medici della pensione la dichiararono ed etichettarono come pazza. Nessuna visita specialistica, nessun parere incrociato. Quello prevedeva il sistema: tutto ciò che non fosse rientrato negli angusti (e umilianti) standard femminili sarebbe stato circondato, soffocato e fatto sparire. Letteralmente. E così avvenne. Peccato che non si parlasse di oggetti bensì di persone.

Proseguiamo. Il 25 settembre di quell'anno, Bly venne trasferita al manicomio in questione e ricoverata per dieci lunghissimi giorni. Dietro di lei, nessun piano di evacuazione, nessun altro infiltrato interno pronto a garantirle un'uscita di sicurezza. Nelly era sola, volontariamente prigioniera, pronta ad assorbire ogni più sordido dettaglio, nascosta nella sua mente e, per questo, fedele a se stessa.

Quanto scoprì toglierebbe il fiato persino ad Hannibal Lecter: ospiti legate per ore, bagni di ghiaccio spacciati per terapia, cibo rancido e infestato dagli insetti, infermiere violente, donne completamente sane rinchiuse dai mariti allo scopo di liberarsene. La loro colpa? Possedere un pensiero critico, leggere troppo, ballare vicino alle finestre, cantare, andare in bici, criticare pubblicamente la società, osare arrabbiarsi e alzare il tono di voce. Persino lo stile di abbigliamento poteva insospettire familiari e vicini di casa; questa rete di segnalazioni (costruite ad hoc o guidate dal più becero perbenismo) costò a centinaia di adolescenti ogni anno l’intera esistenza.

Bly rimase in silenzio.

Sopportò le violenze, i bagni freddi e la fame. Memorizzò nomi, episodi, volti. E aspettò, che il suo Direttore la facesse uscire. Cosa che avvenne il 4 ottobre, quando gli avvocati del NY World ottennero la sua liberazione. Appena 5 giorni dopo, tanta era la fretta e la voglia di svergognare quell'istituzione sanitaria e incenerirne la reputazione, venne pubblicato l'articolo "Dieci giorni in un manicomio".

Andò esaurito immediatamente. Finalmente l'opinione pubblica si rese conto di quale mostruosità stringesse in mano: la verità scottante della tortura, sotto i propri occhi, a pochi passi dai salotti intellettuali della città. Donne torturate in nome della "medicina occidentale" o, meglio, del maschilismo più bestiale. Persone sane, sequestrate e rinchiuse senza alcun processo, senza uno straccio di legalità. Prigioni mascherate da buoni samaritani.

Nel giro di poche settimane venne avviata un'indagine, la città stanziò un milione di dollari (l'equivalente di circa 30 milioni di dollari odierni: una somma astronomica) per riformare la struttura e l'intero sistema oltre alla modifica delle normative relative ai ricoveri.

Una voce femminile si era alzata e fatta empatia, messaggio, unguento e giustizia. L'esordio di un giornalismo d'inchiesta -ancor più incredibile per l’epoca se pensiamo al genere dietro la penna- che negli USA si sarebbe presto reso protagonista di incredibili scoop. Sempre e ripeto sempre a difesa di ignari cittadini, delle fasce deboli di un'economia che ha divinizzato il profitto e incoraggiato l’impunità, protetta dalle alte e possenti mura delle corporations. Intoccabili, finché qualcuno con il coraggio di Nelly Bly compare sul loro cammino; nel corso degli anni, alcune tra le inchieste più emblematiche hanno condotto a processo giganti del calibro di Dupont, Pacific Gas and Electric (PG&E), BP, Transocean e Halliburton (il tristemente famoso caso “Deepwater Horizon”). Veri e propri disastri ambientali, non ancora -e probabilmente mai- archiviati.

Traiamo, adesso, alcune conclusioni. Ma prima, poniamoci le giuste domande. Perché l’inchiesta di Nelly Bly ebbe successo, in un momento storico in cui le donne neppure votavano (il suffragio femminile a N.Y. sarebbe stato riconosciuto soltanto nel 1917)? Era brava? Certo. Audace, intrepida? Ovviamente. Bastò questo a farla emergere e a trasportarla sull'Olimpo del Giornalismo? No. La verità è che i suoi sforzi, la sua dolorosissima copertura ebbero risonanza poiché supportati dalle istituzioni. Non siamo ingenui: il Direttore del giornale, Joseph Pulitzer, era un uomo e la sostenne. Inoltre, poté contare su un team di avvocati "squali", come diremmo oggi. Senza questa rara quanto solida impalcatura, Nelly avrebbe potuto morirci, in quel manicomio. Così come vi morirono migliaia di altre donne, donne senza giornali e avvocati alle spalle. Le cui storie non furono mai raccontate.

Dopo l'inchiesta su Blackwell's Island, la nostra protagonista fece il giro del mondo in 72 giorni, denunciò la corruzione nelle carceri (il fondo del barile era appena stato scalfito) e raccontò la Prima Guerra Mondiale dal fronte. Morì nel 1922, a 57 anni, cambiando per sempre il concetto di giornalismo e dimostrando un assioma fondamentale: luce ed ignoranza sono due facce della stessa medaglia.

Non dimentichiamo mai storie come questa. Ci servono, maledettamente. Perché la lotta contro la parzialità di genere, la ricerca della giustizia, la sfida ai colossi economici, la difesa della dignità umana -nel nostro e altrui lato di mondo- non si sono mai fermate. Da persona religiosa quale sono, non credo l’uomo abbia gli strumenti necessari a estirpare definitivamente le radici marce su cui poggia questo immenso Matrix. Tuttavia, non dovremmo di certo crogiolarci nel dolce far niente, nell’ignavia più colpevole; se siete affezionati alla rubrica, sapete benissimo quanto sia importante per me lanciare stimoli, riflessioni, alimentare azioni concrete. E rammentandovi, cari lettori, di quanto bene l’uomo sia capace, rinnovo l’invito anche a me stessa: usare ciò che abbiamo per fare il meglio che possiamo; "sfruttare" come Nelly le istituzioni, gli organismi a nostra tutela, le voci oneste che ancora desiderano urlare in faccia allo status quo. Non svendiamo diritti che altri hanno comprato a costo della vita.

"Se uno sa fare il bene e non lo fa, commette peccato", recita un meraviglioso e antico principio biblico. Della serie: nessun esonero, non esiste giustificazione: di fronte al male, indigniamoci! È l'unica reazione umana possibile. Grazie Nelly, per averlo impresso a fuoco nella storia. E grazie a voi, per aver letto.

La poesia di oggi è affidata alla mia penna. Di tanto in tanto, vogliate concedermi questo piccolo dolcissimo vezzo! Condivido con voi un inedito, fresco fresco di scrittura:

HAI MAI GUARDATO ATTRAVERSO IL FUOCO?

Non sei fatta per ascoltare

Muri barriere

Le tue parole sopra le mie

Ti dico che migliorerò

Ti dico cose che credo

Ma non faccio

Niente

Di premeditato

Non faccio niente

Di criminale

Eppure ti frustro

Ti rinchiudo in uno sgabuzzino

Stretto


Hai mai guardato attraverso il

Fuoco?


Tutto si sfuma e

Danza

Nel calore di un presente

Rosso

Non puoi toccare

Fa troppo male

Assorbi, allora

La chiave


Questi versi in particolare:

Hai mai guardato attraverso il

Fuoco?

Come rispondereste? Vi piace l’immagine sfocata, ambigua, che il fuoco restituisce se si osserva la realtà attraverso le sue fiamme? All’inizio potrebbe trasmettere calma, conforto, essere persino soporifera. Chi non si addormenterebbe cullato dalla “danza” di un caldo fuoco? Eppure, più lo sguardo insiste sulle sue rosse lingue, più si abitua a contorni sfumati, generici, privi d’identità. Non è così che vogliamo guardare al mondo, vero? E allora godiamoci i “falò” -sacrosanto- i momenti di svago fisico e mentale ma non scordiamo di impostare la sveglia: per tornare in noi, attivi e presenti, alzando lo sguardo oltre le oasi personali.

E scegliamo il bene. Capendolo, cercandolo, praticandolo.

Pensateci su.

Alla prossima

Johanna Poetessa

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