E sono altrettanto necessarie per ottenere i denari del mega-prestito da 90 miliardi che è stato sbloccato grazie al nuovo premier ungherese. Come riferisce il sito Strumenti Politici, le riforme da implementare per ricevere i circa 10 miliardi che servono al bilancio statale ucraino sono almeno 25. Questa elargizione è suddivisa in due tranche.
La prima ammonta a 2,86 miliardi ed è legata a sette riforme specifiche che riguardano la magistratura e le aziende. La seconda corrisponde a 7,5 miliardi per diciotto iniziative di legge che toccano la sanità, l’istruzione e il controllo delle compagnie parastatali. Per adesso, il livello dell’economia ucraina è ancora disastroso, ben lontano da quanto sarebbe opportuno perché il Paese diventi un membro della UE.
L’agenzia di rating Fitch le dà un voto di CCC e asserisce che i negoziati per l’accesso si prevedono lunghi e complicati, con l’aggravante di dipendere anche dai rapporti con gli Stati membri, ultimamente deteriorati per certe scelte politiche di Zelensky. Nonostante le premesse non buone, vi è chi insiste a che i contribuenti europei continuino a concedere assistenza finanziaria.
Ad esempio il think thank americano di lunga tradizione Atlantic Council, che esorta a ulteriori sacrifici gli europei allo scopo di mettere l’Ucraina in condizione di rafforzare l’esercito e combattere ancora. Servirebbe anzitutto togliere quei paletti che impediscono all’Europa di pagare direttamente gli stipendi alle Forze armate di Kiev. Poi sborsare per potenziarne la sua struttura e le capacità. In altre parole, gli europei dovrebbero convincersi che non stanno facendo beneficenza a perdere, ma un investimento nel futuro della sicurezza continentale.
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