Finalmente a Palazzo Lascaris martedì 13 ottobre si terrà il Consiglio regionale aperto sul sistema penitenziario in Piemonte, con particolare riferimento alle condizioni delle persone sottoposte a detenzione e al personale di Polizia Penitenziaria. Un momento di confronto che come AVS chiediamo da molti mesi. Ma perché sia un momento di svolta la maggioranza deve aprire gli occhi davanti a quello che succede nelle carceri.
Martedì scorso abbiamo ascoltato dalla Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Monica Formaiano, un lungo e pesante elenco di tutto ciò che non funziona nelle carceri piemontesi. Che dal suo mandato entra in carcere quanto entriamo noi, che abbiamo quest'anno decine di sopralluoghi in tutti gli istituti del Piemonte, che abbiamo tanti altri temi di cui occuparci ma che prendiamo sul serio la possibilità di vedere con i nostri occhi ciò che succede all’interno. Peccato che non abbia inserito non aver ascoltato previsioni di intervento per cambiare la situazione. All’interno degli istituti piemontesi è sempre più allarmante la disperazione delle persone detenute e degli agenti di Polizia penitenziaria, costretti a condividere per l’intera giornata spazi sovraffollati, roventi d’estate e gelidi d’inverno e persino con cimici blatte e pantegane in diversi reparti del carcere di Torino e formiche nella sezione Icam, dove sono presenti anche bambini.
Condizioni indegne e locali insalubri, a repentaglio c'è la salute di tutti, sia della, sia della popolazione detenuta sia di chi ci lavora.
È difficile spiegare la frustrazione e il livello di tensione che si accumulano in ambienti ristretti nei quali convivono moltissime persone con problemi psichiatrici o dipendenze, senza che vi siano personale sanitario, servizi e percorsi sufficienti per seguirle. Quando la tensione esplode, a intervenire sono spesso agenti giovanissimi, che hanno terminato da poco la formazione e vengono mandati a fronteggiare situazioni estremamente critiche e pericolose, con organici insufficienti, strumenti e, non ultimo, stipendi inadeguati. Questa non è sicurezza, ma abbandono contemporaneo delle persone detenute e di chi lavora negli istituti.
Le carceri sono diventate una pentola a pressione e il Governo Meloni, dal proprio insediamento, non ha fatto altro che alimentare il fuoco. In meno di quattro anni la popolazione detenuta è passata da 56.225 a 66.063 persone: quasi 10mila detenuti in più, un aumento di circa il 17,5%, senza un corrispondente rafforzamento del personale, dei servizi sanitari e sociali e delle strutture. In Piemonte, mentre gli spazi utilizzabili sono sovraffollati, interi reparti ad Alessandria, Alba e Cuneo restano vuoti, chiusi o sospesi in attesa di un destino incerto. Un paradosso intollerabile che mette in difficoltà sia i detenuti che il personale.
Di fronte a questa situazione, ci chiediamo con quale faccia la destra, in Regione e al Governo, continuerà a rivolgersi alla Polizia penitenziaria dispensando parole di stima, solidarietà e vicinanza, senza assumersi la responsabilità delle condizioni nelle quali gli agenti sono costretti a lavorare ogni giorno.
Colpiscono, in questo senso, le dichiarazioni del consigliere regionale di Forza Italia Buzzi Langhi, che indica come risposta al sovraffollamento del Don Soria di Alessandria il rimpatrio dei detenuti stranieri e l’esecuzione delle pene nei Paesi d’origine. Il dato da lui citato, secondo cui gli stranieri rappresenterebbero oltre l’80% della popolazione detenuta nell’istituto, è smentito dalle statistiche ufficiali del Ministero della Giustizia. Ma zoprattutto, i rimpatri vengono ancora una volta agitati come una soluzione semplice e immediata, quando i numeri, i vincoli giuridici e la necessità di accordi con i Paesi d’origine raccontano tutt’altro. Nel 2025 i rimpatri complessivamente eseguiti in Italia sono stati 6.772 e soltanto una parte riguarda persone detenute o condannate. Pensare di risolvere in questo modo il sovraffollamento significa mettere una pezza propagandistica sulle conseguenze dell’incapacità del Governo di affrontare il problema.
Molte persone straniere arrivano in carcere dopo percorsi segnati da marginalità estrema, precarietà abitativa, dipendenze, disagio psichico e assenza di reti sociali. Se davvero la destra vuole ridurre la presenza in carcere e aumentare la sicurezza, dovrebbe cominciare a intervenire sulle cause: prevenzione, inclusione, salute mentale, cura delle dipendenze, lavoro, abitazione, misure alternative e reinserimento. Continuare a ignorare questi problemi per poi invocare espulsioni e rimpatri significa intervenire sempre sulle conseguenze del proprio fallimento nel governare.
Il Consiglio aperto non può quindi trasformarsi nell’ennesima passerella di dichiarazioni indignate. La Regione deve fare fino in fondo la propria parte sulla sanità penitenziaria, sulla salute mentale, sulle dipendenze, sulla formazione e sul reinserimento. Il Governo deve intervenire sugli organici, sulle strutture e sulle politiche penali che stanno riempiendo le carceri. Detenuti e lavoratori non possono più aspettare. Noi, per parte nostra, avendo visto da vicino la situazione, insisteremo con un ordine del giorno per chiedere al Governo e al Parlamento di procedere con l'indulto e di chiudere alcuni reparti delle carceri piemontesi, come i padiglioni B e C del Lorusso Cutugno, che sono di fatto inagibili e continuano ad ospitare centinaia di persone.














