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Cultura e spettacoli | 07 gennaio 2026, 19:30

Mario Martone: “Torino per me grande laboratorio, è stata una bellissima pagina della mia vita”

Il regista partenopeo introduce quattro dei film in programma dal 9 al 24 gennaio al Massimo: "Noi cambierei nulla, sono progetti che avevo in mente. Spero di continuare così"

Mario Martone sul set di "Noi credevamo" girato anche a Torino

Mario Martone sul set di "Noi credevamo" girato anche a Torino

“Mancavo da Torino da troppo tempo, sono felice di poter stare qui qualche giorno” così il regista Mario Martone commenta il suo arrivo tra pochi giorni in città. Il regista napoletano presenterà quattro dei 14 film in programma al Cinema Massimo dal 9 al 24 gennaio per la retrospettiva.

“Torino è stata molto importante per me - racconta il cineasta - è stata una bellissima pagina della mia vita. Qui ho girato “Noi credevamo”, ma anche “Il giovane favoloso” di fatto nasce a Torino, dalle Operette Morali che tenni al Teatro Stabile. È stata una delle scommesse più straordinarie da realizzare e poi è stato un successo con quattro anni di tournée. Da lì è scaturito poi il film”.

Direttore artistico dello Stabile dal 2007 al 2017, Martone ha un legame profondo con la città. “Per me, e non solo, è stata un grande laboratorio. Quando sono arrivato c’era un clima interessante e al Teatro Stabile sono state fatte scelte rischiose, ma anche grandi avventure con una partecipazione collettiva. C’è poi una serietà e un rigore straordinari, un aspetto che anche ai napoletani piace. Ho un ricordo del tempo di Torino e delle persone con cui ho lavorato lì, stupendo". 

A Torino, Martone ha anche indossato la giacca da regista, registrando alcune scene del film “Noi credevamo”, uscito in sala nel 2009. 

“Lavoravo per la prima volta sul Risorgimento e ignoravo la storia dell’800 italiano. Ho scoperto delle lettere epistolari, sono pazzesche, perché nei romanzi c’era controllo della lingua, qui invece era popolare. Scrissi i dialoghi utilizzando stralci di queste lettere. Quando portai quella lingua ai produttori, volevano che li adattassi. È stato uno dei punti più difficili perché volevo far rivivere il passato anche e soprattutto tramite la lingua. Grandi alleati in questi sono state le attrici e gli attori. In generale dobbiamo fare cinema liberandosi dalle pressioni esterne”.

La libertà alla base del suo lavoro e non solo: “Pensiamo anche solo a Goliarda Sapienza, figura scorrettissima politicamente parlando, il suo romanzo per questo non venne mai pubblicato. Era libera e poco inquadrabile, ma quelli erano anni in cui gli schemi c’erano eccome. La cosa interessante era che grazie a questa libertà arriva al nostro tempo. Credo che il politicamente corretto sia una reazione a uno stato di cose. Vedo le storture, vedo la radicalità ossessiva, ma è una reazione a qualcosa di più grave al politicamente corretto. Qual è il punto? Fuggire da questi schemi, agire liberamente”.

Torino set per il cinema, ma forse manca una scuola per registi, come più volte sottolineato da Davide Ferrario. “Torino ha il cinema, per storia e per importanza, poi le cose accadono liberamente. Anche a Napoli, visto da fuori può sembrare un progetto complessivo, ma non è così. Era un cinema selvaggio, con ben poco supporto, certamente non istituzionale. La cosa interessante credo sia stata fare gruppo”.

Guardando alla retrospettiva che si svolgerà al Massimo, il regista non ha pentimenti. “Non sono più la persona che ha fatto i film di trent’anni fa, ma rivedendoli non devo vergognarmene. Viviamo un tempo di molti schemi, griglie e contrapposizioni, mentre invece bisognerebbe lasciar fluire i pensieri. Doversi attenere a delle regole va bene però anche disobbedire alle regole va bene. Non cambierei i miei film, essendo stati dei processi di lavoro molto intensi, molto immersivi, alla fine sono stati il risultato di quel percorso. Bisogna sempre ritrovare la spinta iniziale da cui si è partiti e finora per me è successo. Sono i film che volevo fare. Spero di continuare a fare quelli che ho in mente".

In retrospettiva, anche “Teatro di guerra” una pellicola dal sapore tristemente attuale. “All’epoca si trattava di una guerra fratricida. È stato proiettato anche tante volte negli ultimi tempi perché resta vivo nella memoria di tanti che fanno teatro, purtroppo alimentato da quello che succede. Non è tanto cosa raccontare, ma chi siamo noi in pace rispetto a loro in guerra. È lì che si scava per generare una possibilità di azione, un attivismo individuale. Noi italiani abbiamo un inconscio, possiamo essere cinici o litigiosi, ma quello che succede attorno a noi, non si può fare finta che non esiste”.

Martone è tra i registi che hanno firmato l’appello ministro Alessandro Giuli per difendere cinema e i tagli al settore: “Sul piano operativo, sto per iniziare le riprese del mio ultimo film a febbraio, erano previste a marzo, abbiamo dovuto affrettarci perché la finestra del tax credit a dicembre scadeva. Poi  si entrerà in una situazione di vaghezza, un aspetto fastidioso per chi lavora nel cinema. C’era la necessità di mettere mano alle regole del tax credit. Il problema è che questo piano si interseca con una poca simpatia del Governo nei confronti del cinema. Un incrocio preoccupante, perché era un intervento giusto, ma bisognava farlo con amore per il cinema”.

Tutto tace al momento su questo ultimo progetto, “Scherzetto”, con Toni Servillo. “Posso dire che è tratto da un romanzo di Domenico Starnone ed è ambientato ai giorni nostri a Napoli”.

Il regista sarà in sala per la retrospettiva, sabato 10 gennaio alle 16 per “L’odore del sangue”, alle 18 per “L’amore molesto” e alle 22 per “Fuori”, domenica 11 gennaio alle 16 per “Noi credevamo”.

Chiara Gallo

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