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Attualità | 15 settembre 2026, 15:00

Iber Jeans festeggia 50 anni… con una domanda: nell’era dell’IA, la libertà è ancora di moda?

L’azienda bergamasca nata nel 1975 torna a parlare di libertà con un progetto pensato per il cinema. La campagna non è contro la tecnologia, ma per un uso più consapevole: perché in un mondo dominato dall’intelligenza artificiale, la scelta più contemporanea può essere quella di restare umani

Iber Jeans festeggia 50 anni… con una domanda: nell’era dell’IA, la libertà è ancora di moda?

Cinquant’anni fa il jeans era un simbolo di libertà. Oggi torna a esserlo, ma le generazioni sono cambiate e con esse anche ciò da cui sentiamo il bisogno di liberarci.

Nel 1975, lo stesso anno in cui nasceva IBER Jeans, Pier Paolo Pasolini commentava sul Corriere della Sera una campagna pubblicitaria destinata a entrare nell’immaginario collettivo. Il jeans come espressione di una generazione che voleva rompere gli schemi.

Cinquant’anni dopo, IBER riparte proprio da quella parola: liberi.

La nuova rivoluzione non passa più soltanto dall’abbigliamento, ma dal nostro rapporto con la tecnologia.

E per raccontarla, un’azienda italiana profondamente legata al territorio, nello specifico quello bergamasco, ha scelto una strada tutt’altro che scontata: portare la propria nuova campagna esclusivamente al cinema.

La pubblicità che sceglie di uscire dal digitale

La scelta potrebbe sembrare un controsenso.

IBER Jeans presenta LIBERI nel momento in cui comunicazione, pubblicità e moda vivono soprattutto sui social e sulle piattaforme digitali. E lo fa affidandosi proprio al cinema, uno dei pochi luoghi in cui ancora oggi accettiamo volontariamente di mettere il telefono in modalità silenziosa e lasciarlo in tasca per un’ora e mezza.

La decisione nasce dalla collaborazione con Zucchi 39, agenzia di comunicazionee che lavora nell’ambito digitale e che ha scelto, per questo progetto, di allontanarsi dal proprio terreno abituale.

Non per rifiutarlo. Per fare qualcosa di diverso.

L’obiettivo, spiegano dall’agenzia, era reagire a quella che viene percepita come una comunicazione sempre più uniforme e riportare il brand vicino alle persone, al territorio, a un’esperienza reale.

È una sorta di controrivoluzione analogica, ma senza nostalgie.

Perché IBER non dice che la tecnologia è il problema. Dice invece che la tecnologia è uno strumento e siamo noi a dover decidere quanto spazio darle.

Il futuro corre. La domanda è: chi lo sta guidando?

Una riflessione che arriva in un momento particolarmente significativo. La Mostra del Cinema di Venezia si è appena conclusa e, ancora una volta, il mondo del cinema si è trovato a confrontarsi con una trasformazione che riguarda ormai ogni settore creativo: l’avvento dell'intelligenza artificiale.

Immagini, testi, video, musica. Oggi possiamo creare in pochi secondi contenuti che fino a qualche anno fa richiedevano il lavoro di intere squadre di professionisti.

La tecnologia sta modificando il nostro modo di produrre e comunicare e mentre realtà come SpaceX e Elon Musk portano il racconto del futuro sempre più verso nuovi confini, noi siamo già dentro una trasformazione tecnologica che riguarda la quotidianità.

La questione, allora, non è scegliere tra tecnologia e passato ma è capire come utilizzare la prima senza perdere il secondo.

Possiamo sfruttare l'intelligenza artificiale per lavorare meglio, essere più veloci, avere nuovi strumenti creativi, ma questo non significa che ogni cosa debba necessariamente diventare artificiale, filtrata o perfetta.

Ed è proprio qui che la campagna di IBER prende posizione.

Niente intelligenza artificiale. E non è un caso

Il film di LIBERI è costruito intorno a una scelta precisa: persone vere, luoghi veri, situazioni vere. Non i consueti modelli perfetti della pubblicità, ma persone capaci di portare davanti alla macchina da presa spontaneità, qualcosa di più difficile da costruire artificialmente.

Il direttore creativo Stefano Fiorini, il regista Edoardo Sandulli e il direttore della fotografia Simone Biagini hanno lavorato per una giornata intera, dalle cinque del mattino fino alle due di notte, attraversando Milano e la provincia di Bergamo, fino alla cascata di Costa Serina. Il territorio non è soltanto lo sfondo dello spot perché è parte dell'identità del racconto.

Ed è qui che il progetto torna alle proprie origini: un'azienda italiana, bergamasca, che sceglie di raccontarsi attraverso i luoghi e le persone che le appartengono.

Anche la musica segue questa direzione. Il regista ha scelto di lavorare con suoni reali legati alla natura, facendoli entrare nel tessuto sonoro del film. È un dettaglio che potrebbe sembrare marginale, ma racconta bene la filosofia dell'intero progetto: mentre la tecnologia ci permette di generare praticamente qualsiasi cosa, qui si è scelto di partire da ciò che esiste già. Dalla realtà.

Un jeans contro il fast fashion. Una campagna contro il consumo veloce

La stessa idea attraversa il prodotto.

IBER nasce nel 1975 e ha costruito la propria identità sulla qualità e sulla durata dei propri jeans, un approccio che oggi assume un significato ancora più attuale, in un mercato dominato dalla logica del fast fashion e dal consumo rapido. Ci sono clienti che, raccontano dall'azienda, possiedono ancora pantaloni IBER acquistati molti anni fa e tornano a cercare lo stesso prodotto proprio perché ne conoscono la durata.

Anche questo è un modo di parlare di libertà, non inseguire continuamente ciò che è nuovo ma scegliere qualcosa che possa rimanere.

E in questo senso il jeans diventa nuovamente un oggetto generazionale. È cambiato il modo di indossarlo, è cambiato il mondo intorno, ma rimane la sua capacità di accompagnare la vita quotidiana senza doverla definire.

Il vero valore aggiunto? Le persone che hanno costruito il progetto

Forse, però, la parte più interessante della campagna non è ciò che si vede nel film, ma il modo in cui quel film è nato.

Da una parte c'è IBER, azienda bergamasca con cinquant'anni di storia. Dall'altra Zucchi 39, un'agenzia consortile nata nel digitale, con sette divisioni e circa settanta professionisti, che ha deciso di investire su una realtà del territorio e su un'idea lontana dai consueti meccanismi della comunicazione digitale. E poi ci sono il regista, il direttore della fotografia, gli attori e tutte le persone che hanno lavorato alla produzione.

Il risultato è una collaborazione che non sembra costruita soltanto intorno a un prodotto, ma intorno a una visione condivisa.

In un momento in cui si parla di intelligenza artificiale, automazione e contenuti generati, LIBERI mette al centro proprio ciò che non può essere sostituito così facilmente: il rapporto tra persone, la fiducia, la creatività, il tempo passato insieme a costruire qualcosa.

Essere liberi non significa spegnere la tecnologia

Ed è qui che il messaggio della campagna diventa più ampio del jeans.

LIBERI non invita a tornare indietro. Non chiede di rinunciare allo smartphone, all'intelligenza artificiale o alle possibilità che la tecnologia offre ma di rimetterle al loro posto. Uno smartphone può avvicinarci a qualcuno che si trova a migliaia di chilometri di distanza, ma può anche impedirci di parlare con la persona seduta accanto a noi. L'intelligenza artificiale può diventare uno strumento straordinario, ma non deve necessariamente sostituire ogni processo umano. La tecnologia può farci risparmiare tempo.

La questione è capire che cosa facciamo con quel tempo che abbiamo risparmiato.

Ed è per questo che il cinema diventa una scelta quasi perfetta, perché lì, per un'ora e mezza, non siamo chiamati a rispondere, scorrere, fotografare o pubblicare. Siamo chiamati a guardare.

Cinquant'anni dopo, il jeans cambia significato

Forse è proprio questo il passaggio generazionale più interessante.

Negli anni Settanta il jeans poteva rappresentare la libertà di rompere le regole.

Oggi può rappresentare la libertà di scegliere.

Scegliere quando essere online e quando no. Quando utilizzare la tecnologia e quando metterla da parte. Quando cercare una risposta attraverso uno strumento e quando affidarsi a una persona. Quando inseguire la perfezione e quando accettare che qualcosa sia semplicemente vero.

IBER parte da una storia profondamente italiana, attraversa cinquant'anni di cambiamenti e arriva nel 2026 con una campagna che non guarda al passato con nostalgia ma al futuro.

Lo fa ponendo una domanda molto semplice: se la tecnologia continuerà a diventare sempre più presente nelle nostre vite, saremo ancora capaci di scegliere quanto spazio darle?

Forse la libertà contemporanea è proprio questa. Non vivere senza tecnologia ma imparare a usarla a nostro favore, senza permetterle di scegliere al posto nostro.

E, ogni tanto, avere ancora la libertà di spegnere il telefono.

Stefania Costanzo

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