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Attualità | 26 febbraio 2020, 08:14

Nessun calciatore granata alla cena dei club di Grugliasco: "No, grazie: il Toro siamo noi"

Da un po' di tempo a questa parte è abitudine riunire più gruppi di tifosi per dare vita a eventi significativi. Ma per la prima volta è stato chiesto alla società di non mandare giocatori

Nessun calciatore granata alla cena dei club di Grugliasco: "No, grazie: il Toro siamo noi"

A questo calcio malato mancava ancora il Covid 19 per dare la spallata finale. Gare rinviate, altre giocate a porte chiuse. Insomma, altri sconvolgimenti che vanno a minare un sistema già traballante di suo.

Ma prima che il virus facesse pesantemente irruzione nella nostra vita ed in quella del pianeta calcio, ho fatto in tempo a partecipare ad un evento storico per il mondo granata.

Mercoledì 19 febbraio, a Grugliasco, si è tenuta una cena organizzata da ben otto Torino Club.

Fin qui, nulla di strano. Fa parte della politica della società granata, da un po' di anni a questa parte, chiedere ai club di sostenitori che vogliono la presenza di calciatori del Torino FC, di raggrupparsi, in modo da creare un evento significativo per numero di presenze e consentire ad un paio di giocatori di fare la loro bella comparsata.

L’anomalia di questa cena è, che per la prima volta nella storia di questi eventi, i presidenti dei club, su indicazione dei propri soci, hanno preso carta e penna ed hanno scritto ai responsabili del Torino che si occupano di organizzare la presenza dei giocatori. La sostanza della lettera era che, visti i deludenti risultati sportivi, figli di una conduzione societaria al ribasso, di una gestione sportiva pressappochistica, di una pochezza tecnica e di una carenza di impegno da parte di chi avrebbe il dovere di onorare la maglia granata, la presenza di tesserati del Torino FC alla loro cena era indesiderata.

Ovvero, siete indegni, non vi vogliamo, state a casa.

Non era mai successo che i tifosi granata, da sempre molto affezionati ai loro beniamini, arrivassero ad un gesto così eclatante, ad un segnale di distacco dalla società, di rottura da questa dirigenza che, a fronte di dichiarazioni roboanti, tipo “il miglior Torino degli ultimi anni” o “mi ispiro a Pianelli e Novo” ed altre amenità di questo tipo, nei fatti tardava colpevolmente a sostituire l’allenatore, attendendo che si concludesse la finestra invernale di mercato senza fare acquisti, prima di ricorrere al cambio della guardia sulla panchina granata. Una dirigenza che trascinava nel fango la maglia granata col record negativo di ben sette goal subiti in casa, ciliegina sulla torta, per usare una espressione tanto cara alla presidenza, che resterà incisa nella storia del club col nome di chi l'ha confezionata.

Eppure la cena è stata un successone, perché erano presenti tutti gli ingredienti necessari a confezionare un evento di successo. C’erano gli ex calciatori granata, Pulici in testa, con Ezio Rossi, Mezzano e Androtti, c’era la stampa sportiva da sempre vicina ai temi caldi, Filadelfia in primis, con Marco Bonetto. Bontà loro, c’eravamo pure noi del Museo a ricordare e tenere viva la fiamma della tradizione e soprattutto c'erano trecento cuori granata che non smettono di battere forte anche nei momenti in cui verrebbe voglia di chiudere baracca e burattini ed andarsene.

Sarebbe interessante capire se in società hanno recepito il messaggio, oppure se si sono offesi.

Sono un inguaribile ottimista e quindi voglio credere che la dirigenza, da questo sonoro ceffone preso in faccia il 19 febbraio, sappia trarre il dovuto insegnamento. Ovvero che da un popolo così ferocemente attaccato ai colori sociali, così follemente innamorato del Toro che non c'è più ormai da tanto, ma che non cessa di rappresentare un valore fondante ed aggregante per così tanta gente, bisogna saper prendere spunto per rinascere, rifondare tutto daccapo, mettendo questo capitale umano al centro del progetto per ridare dignità ad una società che ha fatto la storia del calcio, che ha un blasone così antico e glorioso.

Mai come oggi è vero che “il Toro siamo noi”.

A buon intenditor, poche parole.

Domenico Beccaria

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