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Politica | 16 settembre 2026, 15:07

Minimarket aperti fino all'alba, il Comune di Torino riapre il dossier

Barriera di Milano è la Circoscrizione con più attività: 70, seguita dalla 8 con 68. Sul tavolo controlli, alcol e limitazioni

Immagine d'archivio

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A Palazzo Civico si riapre il dibattito sui minimarket. Numeri alla mano, mappa aggiornata a venerdì scorso e una proposta che prova a mettere d'accordo tutti: limitare gli orari di apertura per quei locali che, in orari principalmente notturni, attirerebbero degrado e disturbo per i residenti.

70 solo nella zona di Barriera di Milano

Sono ben 397 gli esercizi di vicinato alimentari e misti riconducibili ai mini market attivi a Torino. Il dato è stato ricostruito dagli uffici del Commercio della città di Torino, anche se la modulistica ministeriale non prevede la categoria "mini market". Il record è in Barriera di Milano, Circoscrizione 6, con 70 attività. Sfiora la stessa cifra l'8, con 68. Poi la 1 con 54, le Vallette, la 5, con 51, la 3 con 50, la 7 con 45, la 4 con 31 e la 2 con 28. Totale: 397.

È su questi numeri che si è accesa la III Commissione, chiamata a discutere una mozione presentata dal capogruppo di Fratelli d'Italia Enzo Liardo, sul problema legato proprio alla quiete pubblica e alla eccessiva liberalizzazione degli orari di questi esercizi. Secondo il capogruppo dei meloniani lo stazionamento davanti ad alcuni locali, che restano aperti tutta la notte, le segnalazioni dei cittadini riscontrati anche da forze dell'ordine e vigili, rischierebbe di far diventare questi luoghi come "sede logistica per lo spaccio". 

La mozione, ha chiarito, non c'entra con quanto accaduto in via Breglio, il caso di cronaca della tredicenne vittima di molestie: "Sono due cose completamente diverse. Qui non c'è razzismo, c'è solo un discorso di quiete pubblica", ha spiegato Liardo aprendo subito alla possibilità di trasformarla in un atto condiviso.

La Città: "6 chiusure anticipate per situazioni gravi"

La risposta dell'assessore al Commercio Paolo Chiavarino è partita dal quadro normativo. Dal 2011, con il decreto Salva Italia poi convertito in legge, la cosiddetta legge Monti, vige la piena liberalizzazione: gli esercenti possono determinare liberamente orari di apertura e chiusura, sette giorni su sette, senza obbligo di chiusura festiva. Un principio che limita fortemente i Comuni. L'unico strumento resta infatti l'ordinanza sindacale, contingibile e urgente, al massimo di 30 giorni, reiterabile solo a condizioni precise di legge. "Non è a giudizio insindacabile del sindaco", ha ricordato Chiavarino. Nel 2025, ha detto, sono state 6 le chiusure anticipate firmate dal sindaco per situazioni davvero gravi.

Poi il lavoro già fatto. A gennaio 2026, con il collega Borceda, è stata portata in Consiglio una delibera per limitare la vendita di vetro, lattine e metallo - contenitori legati soprattutto all'alcol - in 21 zone della città: 20 nuove più quella già individuata in via Di Nanni. Zone scelte con il contributo di tutte le circoscrizioni, presidenti e coordinatori, "di tutti i colori politici". Un provvedimento che, ha sottolineato, sarà rivisto a breve in Commissione con le proposte arrivate dal territorio.

Chiavarino ha rivendicato anche un salto di qualità sui controlli: " verbali dei vigili quasi a prova di bomba", ha affermato, dopo una formazione specifica che in passato aveva visto diversi contenziosi persi.

A fare da sponda, il presidente della III Commissione Pierino Crema, che ha ricordato che il tema esiste, soprattutto quando gli orari "vanno oltre", ma che i poteri del Comune restano limitati. E ha allargato lo sguardo a un fenomeno nuovo: i distributori automatici H24 di birre e bibite, aperti anche dove prima c'era una macelleria. "Chi va nel minimarket che alle undici chiude, alle undici e mezza è al distributore", ha detto. Per Crema la strada maestra resta una modifica nazionale della legge Monti, tanto più che anche i supermercati che avevano puntato sull'H24 stanno tornando indietro, verso le 21.

Posizione opposta quella di Silvio Viale di +Europa: per lui parlare di limiti agli orari è "argomento campato in aria. La liberalizzazione è stato un passo avanti in civiltà, non quando per un litro di latte bisognava andare in tangenziale. E se si parla di limitare tutti i locali", ha avvertito, "si finisce per colpire anche la movida: Pensate che un governo possa limitare i locali alle dieci di sera? Siete fuori di testa".

Più dialogante Simone Tosto, Pd, che ha apprezzato "l'approccio costruttivo. Il problema c'è, nessuno lo nega, soprattutto in determinati territori", ha detto, chiedendo però di allargare il testo a tutti gli enti competenti e di non inseguire "improbabili manifestazioni contro il degrado" viste in periferia in questi giorni, con locandine sui "minimarket del degrado, le baby gang e lo spaccio".

La questione legale: il nodo del regolamento 

A chiudere il quadro è stato Flavio Roux, della Divisione Locali Pubblici della Città di Torino, spiegando che il regolamento cittadino è uno strumento utile perché consente il coinvolgimento attivo delle parti sociali e degli esercenti, ma la giurisprudenza impone che qualunque limitazione sia giustificata con motivazioni concrete, reali, pertinenti e comprovate. Non basta dire che Torino ha un problema di movida, serve un ancoraggio a rilievi effettivi e un rapporto di proporzionalità. "Non è possibile introdurre limitazioni orarie in generale - ha detto Roux citando come esempio il TAR Toscana su Firenze - è possibile porre limitazioni all'orario di vendita degli alcolici perché l'alcol è un problema e probabilmente è la chiave di tante cose. C'è poi un problema pratico di controllo: se un esercizio è chiuso è molto più facile controllare".

È stata infine programmata per ottobre la verifica della mozione e l'impegno a lavorare come Consiglio quanto più unito. Liardo ha chiesto tempi certi e la creazione di un ordine del giorno condiviso.

Marco D’Agostino

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