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Economia e lavoro | 28 ottobre 2020, 16:03

Le preoccupazioni e le speranze del settore della ristorazione

Aldo Petrasso (Amira Torino) di Osasco fa il punto dopo le nuove misure e di fronte al timore di un secondo lockdown

Le preoccupazioni e le speranze del settore della ristorazione

«C’è preoccupazione, perché mancano ancora i contributi promessi nel primo lockdown, ma i ristoratori non si arrendono e confidano di potersi organizzare per Natale». Aldo Petrasso, di casa a Osasco, insegna all’Alberghiero di Barge ed è fiduciario dell’Amira Torino (Associazione Maîtres Italiani Ristoranti ed Alberghi). L’associazione di cui fa parte, come altre osservano con attenzione la situazione che si è creata e il rischio di un secondo lockdown, che potrebbe mettere in ginocchio diverse imprese del settore ristorazione e accoglienza.

«Dopo il primo lockdown, gli operatori si aspettavano regole ben precise, che permettessero di andare avanti. Oggi purtroppo è stato chiesto di chiudere di nuovo e in una fascia che per ristoranti e bar è importante: abbassare le serrande alle 18 vuol dire essere chiusi all’80% – argomenta Petrasso –. Quella è l’ora in cui i portici di Pinerolo, per esempio, iniziavano a riempirsi per gli aperitivi». Per il fiduciario di Amira, una riduzione inevitabile del fatturato avrà conseguenze sul personale, anche perché un’attività ha i suoi costi di gestione: «Voglio ancora valutare bene le misure del decreto “Ristoro”, ma mi paiono misure non adeguate, perché ci sono locali che devono fare fronte a spese importanti, anche svariate migliaia di euro al mese».

Inoltre ci sono diversi operatori del settore «che devono ancora prendere la cassa integrazione di maggio».

Petrasso ha parlato con ristoratori e baristi del Pinerolese e «già come nel lockdown si stanno organizzando con servizi di asporto o delivery, ma per loro è un costo ulteriore e c’è un problema nel far apprezzare appieno i loro prodotti e le loro creazioni con questo sistema».

La grande incognita è il Natale: «È un periodo proficuo per alberghi, per esempio quelli in località sciistiche, e ristoranti per cene aziendali, pranzi di famiglia... – conclude Petrasso –. Malgrado la preoccupazione, gli operatori non si danno per vinti e c’è la convinzione di poter lavorare a Natale».

Marco Bertello

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