Negli ultimi anni sta emergendo una forma di nostalgia che riguarda il modo con cui le persone interagiscono con gli oggetti che definiamo di “uso comune”. È una malinconia rivolta agli elementi analogici, in contrasto con il presente dominato da dispositivi digitali sempre più multifunzione.
Non si tratta di un rifiuto della tecnologia, ma di una reazione alla sua pervasività. Più i dispositivi diventano efficienti e totalizzanti, più cresce il desiderio di strumenti tangibili, separati e riconoscibili.
Lo smartphone è l’esempio più evidente di questa trasformazione. In meno di vent’anni ha inglobato funzioni che un tempo erano affidate a oggetti distinti, come telefono, agenda, fotocamera, lettore musicale, navigatore e sveglia. L’iPod, simbolo dei primi anni Duemila, è scomparso non perché inefficace, ma perché reso superfluo da un dispositivo capace di fare tutto. Lo stesso destino ha riguardato le macchine fotografiche compatte, i lettori CD portatili e le videocamere amatoriali. La convergenza tecnologica ha semplificato la vita quotidiana, ma ha anche eliminato i rituali specifici legati all’uso di ciascun oggetto.
È proprio in questa perdita di ritualità che molti individuano l’origine del nuovo interesse per l’analogico. Ascoltare musica su vinile, ad esempio, richiede gesti precisi e non immediati. Scegliere il disco, estrarlo dalla copertina, posizionare la puntina sono gesti che necessitano di più tempo rispetto allo streaming, ma che restituiscono un senso di attenzione e di gentilezza difficilmente replicabile con una app. Non a caso, i vinili – dati per morti con l’avvento del CD prima e del digitale poi – vivono oggi una nuova primavera, sostenuta sia da collezionisti sia da ascoltatori giovani.
L’attrazione attuale riguarda anche gli oggetti anni Ottanta. Walkman, cassette, televisori a tubo catodico e telefoni con filo sono oggetti che oggi appaiono ingombranti o limitati, ma che richiedevano un uso più diretto e meno astratto rispetto alla tecnologia. Ogni dispositivo aveva una funzione chiara e autonoma, senza interferire con il resto della giornata. Ascoltare musica significava ascoltare solo musica, senza notifiche, messaggi o distrazioni parallele.
Lo stesso discorso vale per la scrittura e la carta. Nonostante la diffusione di strumenti digitali per prendere appunti, agende cartacee e taccuini continuano a essere scelti da professionisti, studenti e creativi. Scrivere a mano implica una maggiore attenzione al contenuto e una percezione fisica del pensiero che passa dal gesto alla pagina. È una pratica che molti riscoprono come forma di concentrazione, più che come semplice esercizio nostalgico.
Anche nel mondo della fotografia, il ritorno delle pellicole e delle macchine analogiche riflette un’esigenza simile. Limitare il numero di scatti disponibili e attendere lo sviluppo delle immagini regala più soddisfazioni dell’immediatezza digitale.
La nostalgia per gli elementi analogici, quindi, non va interpretata come un rifiuto del progresso, ma come una risposta alla sua estrema integrazione. In un contesto in cui un solo dispositivo concentra funzioni, contenuti e relazioni, gli oggetti analogici rappresentano una forma di separazione funzionale e mentale.
In questo senso, il ritorno del vinile, della carta e dei dispositivi “monofunzione” indica la necessità di rallentare e di isolare le esperienze per recuperare una dimensione più controllabile del quotidiano. È una ricerca di equilibrio tra il vantaggio del digitale e il valore, ancora attuale, della materialità analogica.














