Da settimane il dibattito politico piemontese ruota intorno ad un interrogativo: Alberto Cirio lascerà davvero la presidenza della Giunta regionale del Piemonte per approdare in Parlamento? Qualcuno potrebbe legittimamente osservare che si tratta di un dibattito surreale, al limite del gossip, ma tant’è: ne parlano tutti a destra come a sinistra.
Cirio è prudente e guardingo, tuttavia chi lo conosce sa che, per quanto dipenderà da lui, la scelta l’ha già fatta: Roma vale più del Grattacielo del Lingotto. I treni importanti passano una sola volta nella vita e non si possono perdere.
È pur vero che certe scelte, anche se si è in posizioni apicali (Cirio è vicepresidente nazionale di Forza Italia) non si fanno da soli e si devono fare i conti con il proprio partito e con le forze politiche della coalizione.
Ciò premesso, la questione che – provocatoriamente – intendiamo qui porre non riguarda né i destini personali di Cirio, né i futuri equilibri del centrodestra.Il nodo gordiano della politica piemontese riguarda le forze di opposizione, Pd forze civiche di centrosinistra e Movimento 5 Stelle, che – per quanto riguarda il Piemonte – non sono riuscite in questo anno e mezzo dall’ultima consultazione elettorale ad individuare un leader in grado di poter (realisticamente) competere.
Il “campo largo” è una suggestione alla quale ormai non crede più nessuno. Perché il Movimento 5 Stelle, a queste latitudini ridotto ai minimi termini, dovrebbe accettare un campo in cui sarebbe destinato ad un ruolo marginale?
Il Partito Democratico, dal canto suo, dopo il tramonto di Sergio Chiamparino, ultimo vero leader piemontese, non sembra essere nelle condizioni di proporsi come credibile forza di governo alternativa. L’opportunità è unica e ghiotta, ma anche in questo caso valgono le “considerazioni ferroviarie” fatte per Cirio: i treni passano una sola volta e se si perdono non ripasseranno più se non per chissà quanto tempo.














