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Immortali | 11 marzo 2020, 17:03

Ridateci il calcio, quello vero, quello di chi lo ama

Il calcio, nato come sport e poi, sa Dio perché, declassato a gioco, è oggi diventato un business.

Ridateci il calcio, quello vero, quello di chi lo ama

Hanno suscitato scalpore le dichiarazioni di Andrea Agnelli, presidente della Juventus e dell’European Club Association, durante una riunione di questo ente, in cui analizzava la situazione del calcio europeo in chiave finanziario/sportiva. Il principale motivo del contendere riguardava le affermazioni sul ruolo di Atalanta e Roma e sul presunto diritto di queste due squadre a disputare la Champions League.

Ovviamente, Agnelli ha parlato da presidente dell’ECA, non della Juventus, anche se i due ruoli non sono facilmente scindibili, almeno a livello di immagine. Nel suo discorso ha parlato del calcio dei prossimi dieci o vent'anni, non di questa o della prossima edizione della Champions, che ha già le sue regole.

La sua analisi partiva da presupposti finanziari, prima che sportivi e cercava di capire come si possa ripensare ad una competizione che assicuri più stabilità finanziaria ai club, soprattutto medi, con ambizione di crescita. Ha parlato, citandoli per nome, del problema rappresentato dall’impossibilità per club come Ajax, Celtic e Porto, ovvero grandi squadre, limitate dal ranking del paese di appartenenza, di essere competitivi nel tempo e di raggiungere i livelli dei top club. Si interrogava, inoltre, se sia giusto che una squadra senza un pregresso storico in Champions possa invece avere la possibilità di accedervi direttamente, solamente grazie al ranking del suo paese di provenienza e per aver azzeccato una stagione straordinaria, citando ad esempio l’Atalanta.

Sempre parlando di stabilità economica, si è posto anche il problema di club che hanno fatto bene negli anni precedenti in Champions, che hanno un ottimo ranking individuale, che hanno contribuito alla formazione del ranking nazionale, e che invece sbagliando una stagione, come può capitare, si trovano ai preliminari se non addirittura fuori dalla competizione. E’ giusto che paghino conseguenze economiche pesantissime che pregiudicano la crescita economica della società e la possibilità di investire a medio termine?

Quelle che si è posto Agnelli sono state domande, che scaturiscono più dal suo background finanziario, che non sportivo, ed è proprio qui che sta il problema.

Il calcio, nato come sport e poi, sa Dio perché, declassato a gioco, è oggi diventato un business. Lo sport, si sa, ha radici, regole e valori fortemente permeati da nobiltà d'animo e lealtà. Il gioco un po' meno. Il business assolutamente no. Nel business, come in guerra ed in amore, tutto è consentito per il raggiungimento del fine ultimo. Il calcio in se stesso, non è più il fine, ma il mezzo con cui far muovere vagonate di soldi che vorticosamente danzano attorno alle poche fortunate (e magari anche brave) società, che sempre meno in punta di piedi, sempre più con arroganza, in quel fiume di denaro mettono le mani per pescarne a più non posso, a discapito di tutto il resto del movimento.

La visione che questi signori del calcio hanno, presumibilmente affonda le radici nella visione professionistica dello sport americano, dove non esistono le squadre, ma le franchigie, che al bisogno si spostano, secondo necessità, da una città all'altra, alla ricerca di pubblico. Giusto per fare un esempio, i Lakers del basket di Los Angeles, nacquero a Minneapolis, nella regione dei grandi laghi, da cui presero il nome, conservato nella metropoli californiana dove di laghi non ce n'è manco l'ombra. Ma lo sport professionistico americano poggia saldamente su due capisaldi a noi sconosciuti. Il serbatoio dilettantistico delle Università, in cui i migliori atleti all'ultimo anno accademico escono per entrare nel dorato mondo Pro. E soprattutto il concetto secondo cui la squadra peggio classificata nel campionato precedente, è la prima per diritto a scegliere il miglior atleta universitario per rinforzare la sua rosa in vista del campionato successivo.

Regola che favorisce il livellamento, in alto, delle squadre creando maggior incertezza sul risultato finale della stagione. Le Juventus, i PSG, i Bayern, i Real che vincono il loro campionato da decenni, senza praticamente avversari, rinforzandosi sempre più, anno per anno, è per lo sport americano una blasfemia.

Questi signori del calcio europeo, in buona sostanza, vorrebbero scremare la parte che più gli garba del professionismo d’oltre oceano, ma senza gli aspetti sgradevoli. A fine discorso, per tornare a noi, Agnelli dichiara di non avere le risposte a questa situazione.

Beh, mi pare fin troppo evidente che di risposte ce ne siano addirittura due. La prima, di difficile attuazione, sarebbe creare un sistema come quello americano.

La seconda, invece è facilissima: sarebbe sufficiente che la UEFA, al posto di pagare 150 milioni al primo classificato e 100 al secondo, ricominciasse, come fatto per decenni, a premiare la squadra vincitrice semplicemente con una coppa da mettere in bacheca ed una medaglia per ogni giocatore, accompagnata da affettuosa pacca sulla spalla a tutti ed il gioco sarebbe fatto.

Non ci si dovrebbe sbattere a cercare sponsor milionari, per dare premi altrettanto milionari alle squadre partecipanti e soprattutto vincenti, che queste dovrebbero reinvestire per ingaggiare, a botte di contratti sempre più milionari, i migliori calciatori del pianeta. Si tornerebbe a guadagni ragionevoli per tutti, senza questa “ansia da prestazione finanziaria” che tormenta i club di calcio (noi che siamo campioni mondiali di bilanci in attivo ne sappiamo qualcosa) e si otterrebbe di restituire, come proclamato ai quattro venti, il calcio a chi lo ama.

Domenico Beccaria

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