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Economia e lavoro | 01 gennaio 2026, 17:19

Le piccole scorgono il sereno: il 2026 inizia con l'ottimismo, ma la cassa integrazione pesa ancora

Secondo l'indagine di Api Torino migliorano gli ordini, il fatturato e la produzione. Cellino: "Resistere, senza smettere di guardare avanti"

Il 2026 si apre in ripresa per il mondo delle pmi torinesi

Il 2026 si apre in ripresa per il mondo delle pmi torinesi

Il 2026 delle piccole e medie imprese di Torino comincia con il segno giusto. Quello "più" accanto alle previsioni per ordini, fatturato e produzione è ancora distante, ma senza dubbio si avvicina la linea di galleggiamento. Resta la prudenza a dominare l'inizio del nuovo anno. Anche a causa della presenza ancora forte del ricorso alla cassa integrazione. Lo dicono i dati dell'ultima rilevazione di Api Torino, che chiudono il secondo semestre del 2025 e aprono una prima analisi sull'anno che verrà. 

"Resistere senza smettere di guardare avanti"

Ci lasciamo alle spalle altri dodici mesi complessi. Siamo, senza dubbio, nel pieno di un processo di trasformazione profondo, a livello locale e globale, che coinvolge direttamente le nostre imprese”, commenta Fabrizio Cellino, presidente dell’Associazione, che aggiunge: “Le nostre aziende sono chiamate a confrontarsi con cambiamenti radicali, sfide tecnologiche di grande portata e un quadro normativo europeo che molti avvertono come eccessivamente stringente. In questo contesto, la parola d’ordine resta una sola: resistere, senza smettere di guardare avanti”. Cellino quindi indica le priorità per le imprese. “Davanti a noi c’è un 2026 che può aprire a ulteriori miglioramenti, a patto che tutti, istituzioni, imprese, territori, agiscano con un obiettivo chiaro e condiviso: tornare concretamente sul sentiero della crescita e dello sviluppo. Soprattutto, abbiamo bisogno di un’Europa più attenta alle reali esigenze del sistema produttivo e di una classe dirigente che, a ogni livello di governo, sappia esercitare fino in fondo il proprio ruolo di leadership. Servono obiettivi comuni, chiari e condivisi da tutta l’Unione europea. Obiettivi, è bene ribadirlo, orientati allo sviluppo e alla crescita. In assenza di una visione di questo tipo, il rischio è evidente: essere schiacciati da un’America che si sgancia, da una Russia che non allenta la presa e da una Cina che continua a crescere, esportando sempre meno verso gli Stati Uniti e sempre di più verso l’Europa. Oggi, al netto di alcuni timidi segnali di discontinuità, l’Europa continua invece a rispondere soprattutto con nuove regole e ulteriore burocrazia, complicando l’attività delle imprese e la vita di cittadini e imprenditori. Non è un’Europa che difende il proprio tessuto produttivo. Non è l’Europa che vogliamo”.

La situazione in cifre

Numeri alla mano, il saldo degli ordini passa a -2,4% (contro il precedente -26,8%), mentre il saldo fatturato chiude a zero contro il precedente -21,20% e il saldo della produzione risale a -6,8% (contro il precedente -24,4%). Più difficile la raccolta ordini, visto che il 47,7% del campione ha ordini della durata massima di 30 giorni, percentuale che sale al 53,4% con riferimento alle imprese manifatturiere. Gli investimenti salgono dal 49,2% al 51,5%: il dato ritorna ai livelli osservati a partire dal 2024, ma rimanendo dunque ancora marcatamente distante dai valori medi degli anni precedenti, in particolare con riferimento al biennio 2022-2023 durante il quale il dato oscillava tra il 62% e il 65%. Si consolida il dato sugli investimenti "economicamente più rilevanti" giunto al 23,5% dei casi, contro il 21,3% di sei mesi fa. La media dei tempi di attesa per gli incassi arriva a 200 giorni. Il 67,7% delle imprese denuncia difficoltà ad incassare i propri crediti, in linea con la media degli ultimi 2 anni.
La seconda parte del 2025 ha visto complessivamente un progressivo recupero degli indicatori congiunturali dell’economia locale. I saldi relativi alla Produzione, agli Ordini e al Fatturato, pur non raggiungendo valori positivi, hanno continuato anche nel secondo semestre a migliorare”, commenta Fabio Schena, responsabile dell’Ufficio Studi che ha condotto l’indagine.

Il 2026 in linea con la fine del 2025

Per il futuro, invece, "non sono attesi scostamenti rilevanti rispetto al secondo semestre 2025. Gli indicatori congiunturali si attestano ai livelli consuntivati a dicembre”, dice ancora Schena.

Le previsioni sugli ordini passano al +0,8%, quelle sul fatturato al -0,8%, mentre una flessione più marcata è attesa sulla produzione industriale, il cui saldo previsionale segna -9,2% contro il -6,8% di fine 2025. Segnali più incoraggianti provengono dalle imprese che operano per il mercato europeo (il 48,5% del campione): in questo caso il saldo previsionale sul fatturato è +3,2% contro il -9,8% di dicembre 2025.

Il grado di fiducia è complessivamente in recupero, ma continua a rimanere negativo. Il saldo complessivo “ottimisti-pessimisti” sale al -7,2% dal precedente -21,9%. Tra le imprese dei comparti manifatturieri, nonostante la loro maggiore capacità di presidiare i mercati esteri, l’orientamento resta marcatamente volto al pessimismo con un saldo pari al -18,7%, mentre per il resto del campione (in prevalenza imprese di servizi) il grado di fiducia segna nuovi valori incoraggianti, pari a +15,2%.

Il 34,9% delle imprese ha in programma nuovi investimenti per la prima parte del 2026. La programmazione di nuovi investimenti vede come di consueto una forte concentrazione per l’acquisto di nuovi impianti/macchinari (55,6% dei casi), seguono gli investimenti in «Rafforzamento delle competenze» (26,7%), «Impianti di energie rinnovabili» (26,7%), «Ricerca e Sviluppo» (24,4%), «Efficientamento energetico» (15,6%) e «Transizione digitale» (13,3%).

Il ricorso agli ammortizzatori sociali si conferma sostenuto: il 20,9% delle imprese ne ha usufruito nel corso del secondo semestre dell’anno e le previsioni per la prima parte del 2026 portano a un nuovo aumento della platea stimato al 25,8%. Nel caso delle imprese manifatturiere le previsioni sono addirittura al 32,1%.

Massimiliano Sciullo

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