Oggi voglio parlarvi di salute. Parlare di salute è più difficile di quello che si possa pensare, perché per molte persone è un concetto astratto che definisce una assenza di dolore psicofisico, una “condizione silenziosa” che viene data per scontata, a cui non si dà nessun valore, se non solo nel momento stesso in cui la si perde. Tutta l’attenzione è concentrata sulla malattia, un evento dirompente che, interrompendo fastidiosamente la nostra routine, ci costringe a cercare soluzioni il più possibile sbrigative e sintomatologicamente risolutive.
Non abbiamo un buon rapporto con la salute, non siamo abituati a “dialogare” con lei, infatti, mentre conosciamo precisi termini per raccontare i sintomi e le patologie, facciamo fatica a descrivere a parole cosa significhi “stare bene” in senso olistico. Il problema è che culturalmente siamo abituati ad intervenire sulla nostra persona, solo quando la malattia è già presente. Essa si palesa attraverso i sintomi, scambiati molto spesso per la malattia stessa e messi a tacere senza conoscerne la causa scatenante.
E così a volte curiamo un mal di stomaco o un mal di testa, semplicemente prendendo una compressa che inibisce la pompa protonica o i centri del dolore, senza ricercare l’origine del malanno (alimentare, disbiotico, stressogeno, digestivo, psicoemotivo). Certo! Scegliere uno stile di vita salutare è più faticoso, perchè comporta un impegno costante e proattivo verso il benessere e richiede scelte quotidiane equilibrate e volontà e costanza, mantenute nel tempo. Per invertire questa tendenza sociale bisognerebbe iniziare a considerare la salute non come la semplice assenza di sintomi, ma come una condizione psicofisica ottimale e una risorsa da coltivare ogni giorno. Bisognerebbe spostare il focus in modo strategico: non aspettare il dolore, ma valorizzare i momenti in cui ci sentiamo bene sia fisicamente che mentalmente, apprezzando il nostro stato energetico e la nostra capacità di reagire agli agenti stressogeni.
Bisognerebbe considerare l'alimentazione, il sonno e il movimento non come impegni gravosi, ma come investimenti quotidiani che ci mantengono in salute. Un vero percorso di salute può realizzarsi solo sfuggendo alle logiche commerciali di interesse che purtroppo governano gran parte dell'informazione legata al benessere e combattendo i tanti, troppi luoghi comuni che, grazie ad abili strategie di marketing e di comunicazione, diventano verità assolute per molte persone che accettano, come la nuova normalità, affezioni come la stanchezza cronica; l’infiammazione silente; i dolori articolari; i disturbi gastrointestinali; gli stati ansiogeni. Viviamo in una società dove lo stress e la cattiva alimentazione sono, per molti, lo standard.
Il sistema è costruito per intervenire quando il danno è fatto, considerando la salute un concetto astratto, anziché un investimento proattivo, che prevede la capacità di anticipare i problemi, pianificare e prendere l’iniziativa per influenzare in positivo gli eventi. Io considero la salute un “ecosistema multidimensionale” che integra corpo, mente ed emozioni; un “modus operandi” che dovrebbe essere raccontato e insegnato fin dalla giovanissima età. Purtroppo, il sistema educativo attuale si concentra quasi esclusivamente sul trasferimento di nozioni tecniche, ignorando l’importanza della conoscenza umana biologica ed emotiva e di come le nostre scelte possono influenzare il nostro stato di salute e malattia.
Esistono dei pilastri della salute che dovrebbero essere insegnati fin dall'infanzia che comprendono la nutrizione, il movimento, l'igiene del sonno, la gestione emozionale; la consapevolezza delle proprie risorse, la regolazione delle abitudini e dei comportamenti, così da poterli allineare ai propri obiettivi di salute e benessere. Insegnare queste “competenze” ai giovani significherebbe creare una generazione di adulti non solo meno malati, ma biologicamente potenziati ed emotivamente più consapevoli. Eppure, una volta la salute veniva “onorata”.
Per gli antichi, la salute era un valore etico, un equilibrio olistico tra corpo, mente, spirito. Intesa inizialmente come dono divino è poi evoluta da concezione magico-religiosa a razionale con Ippocrate che ha posto l'accento su stili di vita e prevenzione igienica, fino a sostenere la capacità naturale di autoguarigione del corpo. La salute non era solo assenza di dolore, ma un armonioso equilibrio tra gli elementi del corpo e l'ambiente circostante, tanto che i medici antichi studiavano l'influenza del clima, delle acque e dei venti sul corpo umano. Ippocrate nei suoi trattati spiegava come il clima modellasse non solo il corpo, ma anche il temperamento di interi popoli.
Può sembrare incredibile, ma anche senza la conoscenza del DNA Ippocrate aveva intuito la trasmissione dei caratteri, attraverso la “teoria della pangenesi”, secondo la quale i semi della riproduzione provenivano da ogni singola parte del corpo. Se un genitore sviluppava una caratteristica fisica a causa dell'ambiente o dell'esercizio fisico, questa veniva trasmessa alla prole. Seguendo questa teoria, si pensava che un corpo sano e atletico producesse un seme migliore, trasmettendo vigore non solo come potenziale, ma come tratto già acquisito. La natura di un uomo non era considerata immutabile, ma un processo dinamico, influenzato dal cibo, dalla natura e dallo stile di vita che col tempo si fissava nella discendenza.
Oggi chiamiamo questo concetto epigenetica, ovvero come l'ambiente può accendere o spegnere i geni senza mutare la sequenza del DNA. I medici dell’antichità avevano compreso, attraverso intuizioni, che le esperienze di vita potevano lasciare un'impronta fisica trasmissibile. Lo stesso Aristotele sosteneva che le abitudini reiterate potessero cambiare la natura stessa dell'individuo, suggerendo una plasticità biologica che oggi associamo alla metilazione del DNA. Possiamo quindi affermare che le medicine antiche condividono con l'Epigenetica e la Nutrigenomica la convinzione che lo stile di vita e il cibo influenzano l'espressione della nostra salute. Anticamente il cibo era visto come una “informazione”, capace di riequilibrare il corpo, al pari della Nutrigenomica che studia come i nutrienti contenuti nei cibi accendono o spengono determinati geni che codificano specifiche proteine per specifiche funzioni. In parole semplici, entrambi gli approcci (antico e moderno) sostengono che l'ambiente esterno con i ritmi circadiani, il clima, il cibo e gli agenti stressogeni modificano la nostra biologia interna, senza alterare la sequenza genetica fissa.
Le medicine antiche non curavano il sintomo, ma il terreno individuale, concetto che rispecchia la moderna medicina di precisione, basata su profili genetici, come la Nutrigenetica e la Nutrigenomica. La medicina antica usava la pianta o l’alimento per curare affezioni, ora le scienze genetiche isolano quegli stessi bioattivi per studiare come interagiscono con il DNA e come possono influenzare i geni allo scopo di prevenire e curare le patologie e per mantenere e potenziare lo stato di salute. Vi faccio qualche esempio pratico: la curcuma, pilastro della medicina ayurvedica, è un potente modulatore epigenetico. I suoi curcuminoidi agiscono sugli enzimi che regolano la compattazione del DNA, accendendo geni e spegnendone altri.
Le crucifere (es. broccoli) contengono il sulforafano che inibisce alcuni enzimi, favorendo la riparazione cellulare e la disintossicazione. Il tè verde con i suoi polifenoli contrasta l'ipermentilazione del DNA, un processo spesso associato all'invecchiamento precoce e ai tumori. L'allicina dell’aglio influenza l'espressione genetica, legata alla protezione cardiovascolare e alla risposta immunitaria. La colina, contenuta nelle uova, influenza direttamente l'espressione genica, in quanto ad esempio modula l'espressione di geni cruciali per la memoria e la creazione di nuovi neuroni; previene l'accumulo di grasso nel fegato, regolando i geni coinvolti nel trasporto dei lipidi. Tutti questi composti bioattivi funzionano come veri e propri modulatori epigenetici, una sorta di “interruttori molecolari” che non cambiano il codice genetico, ma decidono quali istruzioni il corpo deve leggere e quali ignorare. Potremmo parlare nel prossimo futuro di una vera e propria “dieta epigenetica” che punta a massimizzare la vitalità cellulare e la plasticità neuronale.
Essa si basa su cibi e composti bioattivi che regolano l'espressione dei geni, promuovendo la longevità e riducendo le infiammazioni. Insomma, sia la Nutrigenomica che le antiche medicine tradizionali orientali condividono l'obiettivo della “nutrizione personalizzata”, basata sull'idea che ogni individuo sia unico e reagisca al cibo in modo differente.
Entrambe considerano il cibo non solo come una fonte di energia, ma come un segnale capace di modificare lo stato di salute e prevenire malattie croniche degenerative. Entrambe guardano l'interazione tra ambiente, stile di vita e biologia individuale, superando il banale concetto di benessere esteriore e abbracciando quello più ampio della salute a 360°. Un approccio che permette di onorare la salute come un dono da mantenere e potenziare.
Purtroppo, l'uomo moderno fatica ad onorare la salute perché ha trasformato un'armonia esistenziale in un prodotto di consumo. La salute era un valore etico, ora è una prestazione tecnica. Era il risultato di un equilibrio tra anima, corpo e natura, oggi è vista come assenza di guasti o peggio come uno strumento per produrre guadagno. Il consumismo sanitario ci spinge a cercare il benessere in oggetti esterni, a volte inadeguati e inefficaci che ci illudono e ci mantengono in uno stato di “malattia silente” che si accende e si spegne a seconda degli agenti stressogeni che incontriamo. L'uomo antico ringraziava per la salute e leggeva i sintomi, mentre l'uomo moderno la pretende come un diritto contrattuale e legge i referti.
Insomma, è triste da dirsi, ma sembra che la maggior parte delle persone abbia rinunciato alla salute…quella vera!














