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Economia e lavoro | 18 maggio 2026, 07:00

Parità di genere: una sfida lunga oltre un secolo che il mondo non ha ancora vinto

Nessuna economia del mondo ha raggiunto la piena parità di genere.

Parità di genere: una sfida lunga oltre un secolo che il mondo non ha ancora vinto

 Il dato è documentato da quasi vent'anni di rilevazioni internazionali e si rinnova ogni anno con la stessa fotografia di fondo: le donne hanno meno opportunità degli uomini di accedere al lavoro qualificato, di guadagnare quanto guadagnano i loro colleghi, di occupare posizioni decisionali, di vivere libere da violenza, di disporre del proprio corpo e del proprio tempo.

La distanza si è ridotta nel corso dei decenni grazie a riforme legali, campagne di sensibilizzazione e mobilitazioni civili, ma il ritmo dei progressi resta lento al punto da rendere lontanissimo il traguardo. Secondo le rilevazioni più recenti del Global Gender Gap Report 2025 del World Economic Forum, al ritmo attuale serviranno 123 anni per raggiungere la piena parità di genere a livello globale. Ma dove si gioca oggi questo divario, dove pesa di più e cosa si sta facendo per ridurlo?

Lo stato del gender gap nel mondo

Il Global Gender Gap Report misura la parità tenendo conto di quattro diverse dimensioni: partecipazione economica e opportunità, istruzione, salute e sopravvivenza, empowerment politico.

A livello globale il gap risulta colmato al 68,8%, con un miglioramento di 0,3 punti percentuali rispetto al 2024. Il dato medio nasconde però differenze profonde tra le quattro dimensioni. Istruzione e salute sono ormai vicine alla parità nella maggior parte dei Paesi, frutto di decenni di investimenti su scolarizzazione femminile e sanità di base. La partecipazione economica e l'empowerment politico restano invece i terreni più scoperti: il sottoindice politico mostra il gap più ampio, con il 76,6% ancora aperto, mentre quello economico si è chiuso solo del 60,7% rispetto a un punto di partenza del 55,1% nel 2006. Tradotto: dopo quasi vent'anni di monitoraggio, il guadagno medio sulla partecipazione economica delle donne è di poco più di cinque punti percentuali.

Una variabile che pesa trasversalmente su tutto il quadro è il lavoro di cura e domestico non retribuito. A livello globale, donne e ragazze dedicano in media 2,5 volte più ore degli uomini ad attività domestiche e di cura non retribuite. È una quota di tempo che viene sottratta allo studio, al lavoro retribuito, alla partecipazione politica e civica, alla formazione professionale; è anche una delle ragioni strutturali per cui le donne, una volta entrate nel mercato del lavoro, fanno carriere più frammentate, accumulano contributi previdenziali più bassi e raggiungono ruoli apicali in misura sensibilmente minore degli uomini.

In particolare, è nei Paesi del Sud globale che il divario assume le forme più pronunciate, con l'Africa subsahariana, l'Asia meridionale, il Medio Oriente e il Nord Africa che restano le macro-aree dove i punteggi del WEF sui sottoindici di partecipazione economica e di empowerment politico si collocano significativamente sotto la media globale e dove il divario tra uomini e donne nell'accesso al lavoro retribuito, alla proprietà e alla rappresentanza politica continua a misurarsi in decine di punti percentuali.

Gli effetti della mancata parità nei Paesi del Sud globale

Dietro i numeri si trovano storie che si ripetono con varianti minime in centinaia di contesti diversi. La forma più radicale di disparità nei Paesi del Sud globale è quella dei matrimoni precoci, con bambine e ragazze che vengono date in sposa, spesso a uomini molto più grandi, a causa della povertà estrema, che spesso arriva a mette a rischio la sopravvivenza dell'intero nucleo familiare.

Per le famiglie si tratta quindi di una scelta obbligata, dettata dalla necessità di garantire cibo e riparo agli altri figli, in contesti in cui non esistono alternative concrete e in cui la dote ricevuta diventa una risorsa decisiva per affrontare la quotidianità.

La conseguenza più immediata e impattante riguarda la scuola: nove spose bambine su dieci abbandonano gli studi nel momento del matrimonio, perché la nuova famiglia richiede dedizione totale al lavoro domestico, alla cura del marito, alla maternità che arriva quasi sempre nei primi mesi successivi. Quel che si interrompe non è solo un percorso scolastico, ma l'intera traiettoria di vita di una persona. Una bambina che a quattordici anni smette di frequentare la scuola perde l'accesso a qualunque forma di lavoro qualificato, resta dipendente economicamente dal marito o dalla famiglia di origine, è esposta a gravidanze precoci che comportano rischi sanitari elevati per sé e per il neonato e quando avrà figlie a sua volta avrà meno strumenti per evitare che ripetano lo stesso percorso.

L'abbandono scolastico femminile, però, non si verifica soltanto a causa dei matrimoni precoci. In molte famiglie dei Paesi del Sud globale, quando le risorse economiche non bastano a far studiare tutti i figli, sono le bambine a essere ritirate per prime dalla scuola e impiegate nel lavoro domestico, agricolo o artigianale, mentre l'investimento educativo viene concentrato sui maschi.

La logica che sta dietro questa scelta è strutturalmente patriarcale: la bambina viene percepita come un investimento perso, perché passerà alla famiglia del marito e i benefici della sua eventuale istruzione andranno ad arricchire un nucleo diverso da quello di origine. Il maschio, al contrario, resta nella famiglia e ne sostiene economicamente i membri anziani. Questa logica ha un costo collettivo che le statistiche misurano in termini di milioni di anni di scolarizzazione persi ogni anno, e un costo individuale che ricade sulla singola bambina sotto forma di esclusione precoce dal mondo della conoscenza, del pensiero critico, della possibilità di immaginarsi diversa da quello che la sua comunità si aspetta.

A queste due dimensioni se ne aggiungono altre che mostrano come la disparità di genere non sia solo questione economica ma sia inscritta in pratiche culturali che agiscono direttamente sul corpo delle donne. Le mutilazioni genitali femminili colpiscono ancora oggi milioni di bambine e adolescenti in più di trenta Paesi, prevalentemente in Africa subsahariana ma anche in alcune regioni dell'Asia e del Medio Oriente, e producono effetti permanenti sulla salute fisica - emorragie, infezioni, complicazioni nel parto, dolore cronico - e psicologica delle vittime. Sul versante della salute mestruale, in molti contesti culturali il ciclo è ancora circondato da uno stigma che si traduce in esclusione concreta dalla vita comunitaria: divieto di accedere a luoghi di culto, di toccare alimenti specifici, in alcune aree obbligo di isolarsi in capanne separate dalla casa familiare durante i giorni del flusso.

Cosa si sta facendo: l'Obiettivo 5 dell'Agenda 2030

La risposta istituzionale globale alla disparità di genere si è cristallizzata nel 2015, quando le Nazioni Unite hanno messo a punto, all’interno dell’Agenda 2023, l'Obiettivo 5, dedicato esplicitamente al raggiungimento della parità e all'empowerment di tutte le donne e ragazze. Si tratta di uno dei 17 traguardi di sviluppo sostenibile concordati a livello internazionale, e si distingue dagli altri per la sua natura trasversale: senza parità di genere non si raggiungono nemmeno gli obiettivi su istruzione di qualità, lavoro dignitoso, riduzione delle disuguaglianze, salute, sviluppo economico sostenibile.

I target operativi dell'Obiettivo 5 coprono le principali dimensioni della disparità. Si tratta di porre fine a ogni forma di discriminazione contro donne e ragazze, di eliminare la violenza di genere comprese le sue forme più estreme come la tratta e lo sfruttamento sessuale, di riconoscere e valorizzare il lavoro di cura non retribuito attraverso politiche di protezione sociale e infrastrutture pubbliche adeguate, di garantire la partecipazione femminile paritaria ai processi decisionali in ambito politico, economico e pubblico, di assicurare l'accesso universale alla salute sessuale e riproduttiva e ai diritti riproduttivi, di adottare e rafforzare legislazioni nazionali capaci di tradurre questi principi in norme vincolanti.

Il limite strutturale dell'Agenda 2030 sta nel fatto che gli obiettivi sono impegni politici sottoscritti dagli Stati, ma la loro traduzione in pratica dipende dalla capacità di ciascun governo di adottare politiche coerenti, dalla disponibilità di risorse pubbliche, dalla volontà di affrontare resistenze culturali profonde. Nei Paesi dove le istituzioni sono fragili o le priorità politiche vanno in altra direzione, gli obiettivi rischiano di restare dichiarazioni di intenti. Lo spazio che la sola azione pubblica non riesce a coprire viene presidiato da attori non governativi che operano sul terreno con presenza continuativa.

Il ruolo delle organizzazioni internazionali indipendenti

Tra gli attori che contribuiscono in modo concreto a tradurre i target dell'Obiettivo 5 in azioni misurabili figurano le organizzazioni internazionali indipendenti, capaci di operare anche dove le strutture pubbliche sono assenti o discontinue, di costruire relazioni di lungo periodo con le comunità locali, di intervenire contemporaneamente sui diversi fronti della disparità. In questo contesto si inserisce il lavoro di ActionAid, attiva da oltre 35 anni, presente in 71 Paesi nel mondo, che dedica una parte consistente della propria attività alla parità di genere e ai diritti delle donne e delle bambine. Lo strumento principale attraverso cui ActionAid finanzia questi programmi è quello delle adozioni a distanza: il sostegno regolare dei donatori italiani permette di pianificare progetti a lungo termine nelle aree dove la disparità è più radicata, garantendo flussi di risorse stabili che possono coprire spese strutturali altrimenti inaccessibili.

Le linee di intervento si articolano lungo diversi assi che si rinforzano a vicenda. Sul fronte della violenza di genere, ActionAid promuove campagne di sensibilizzazione e prevenzione rivolte a comunità intere, lavorando anche con la componente maschile per scardinare gli atteggiamenti culturali che rendono la violenza tollerata o addirittura normalizzata. Sul fronte dell'autonomia economica, l'organizzazione finanzia percorsi di formazione e avviamento professionale che permettono a donne e ragazze di acquisire competenze spendibili sul mercato del lavoro locale, di accedere a un reddito proprio e di emanciparsi dalla dipendenza economica dal marito o dalla famiglia di origine.

Sul fronte dell'istruzione, gli interventi mirano a tenere le bambine a scuola anche nei contesti dove la pressione culturale o economica spingerebbe in direzione opposta, attraverso lavoro diretto sulle famiglie, supporto materiale alle studentesse, costruzione di infrastrutture scolastiche adeguate. Sul fronte dell'assistenza alle sopravvissute, infine, ActionAid garantisce supporto legale e psicologico alle donne che hanno subito violenza, matrimoni precoci, sfruttamento, accompagnandole in percorsi di reinserimento sociale ed economico che richiedono mesi o anni di affiancamento qualificato.

La parità di genere come investimento per le intere comunità

Ridurre la disparità di genere non è una concessione fatta alle donne. È una scelta che produce effetti positivi misurabili sull'intera comunità in cui viene perseguita, e i decenni di dati raccolti su scala globale lo dimostrano in modo consistente.

Le economie che permettono alle donne di partecipare al mercato del lavoro qualificato registrano tassi di crescita più alti, perché un numero maggiore di persone genera valore invece di restare confinato alla sola dimensione domestica. I sistemi educativi che investono in modo equo su bambine e bambini producono generazioni con livelli medi di competenza più elevati, perché il talento si distribuisce in modo casuale tra i generi e investire solo sulla metà della popolazione significa lasciare per strada metà del potenziale disponibile.

Le società dove le donne hanno autonomia economica registrano tassi di povertà infantile più bassi, perché il reddito femminile tende a essere reinvestito sulla salute e sull'istruzione dei figli in misura maggiore rispetto a quello maschile. Promuovere la parità di genere è quindi una scelta di efficienza oltre che di giustizia, e le società che la perseguono diventano più resilienti, più produttive, più capaci di affrontare le crisi.





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