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Immortali | 07 agosto 2019, 09:12

Le spavalde mani di Vandone

Il 31 luglio è toccato a Guido di andare a raggiungere gli Immortali, in quell’angolo di paradiso riservato ai calciatori granata.

Le spavalde mani di Vandone

Erano rimasti in tre, di quei fantastici “ragazzi del ‘49” che disputarono le ultime quattro partite di campionato, dopo Superga, al posto degli Immortali che non c'erano più. Guido Vandone, Antonio Giammarinaro e Umberto Motto, il capitano.

Il 31 luglio è toccato a Guido di andare a raggiungere gli Immortali, in quell’angolo di paradiso riservato ai calciatori granata.

Ottantanove anni compiuti da un po', spirito guascone, come la quasi totalità dei portieri, ma ancora vispo, capace di ricordare alla perfezione quei giorni terribili e gloriosi, in cui toccò a loro, ragazzini del florido vivaio granata, raccogliere il testimone lasciato sul colle dal Grande Torino e tenere alta la bandiera per quelle quattro interminabili giornate che mancavano alla fine del torneo, il quinto consecutivo che vedeva il Torino fregiarsi del tricolore.

Furono i ragazzi della Sampdoria ad appuntare cavallerescamente sul loro petto, lo scudetto che avevano contribuito, con quattro vittorie su quattro gare, a mantenere granata. Le squadre che avevano affrontato, avevano mandato in campo le formazioni giovanili di pari età, ma per loro non c'era stato scampo, esattamente come se sul terreno di gioco ci fossero stati i grandi, a testimonianza di un vivaio formidabile, che sapeva dare linfa alla prima squadra, come avvenne per tanti anni a seguire.

Li avevamo celebrati, al museo, alcuni anni addietro, con una mostra dedicata a loro, con Carla Maroso, madrina del Museo, a fare gli onori di casa. Guido ci aveva mostrato con orgoglio le sue mani forti, deformate a forza di parate, perché “quelli la” come diceva lui, con grande rispetto, degli Immortali, in allenamento non scherzavano mica. Le pallonate arrivavano e non dovevi tirarti indietro, se volevi dimostrare di essere uno da Toro, degno di stare lì con loro. E poi la partitella, in cui Bacigalupo andava a difendere la rete dei ragazzi e a Vandone toccava dirigere la difesa del Grande Torino. Chissà come doveva sentirsi, nel dare indicazioni a mastini del calibro di Ballarin, Rigamonti e Castigliano?

Ricordo una sua intervista per il bel documentario di Fabiana Antonioli, “L’ultimo viaggio del Conte Rosso”, il leggendario torpedone che portava in giro nelle trasferte più vicine il Grande Torino. In quell’intervista, probabilmente l'ultima, il suo silenzio è la sua commozione, i suoi occhi gonfi di lacrime, furono più espressivi di mille parole.

Un uomo vero, come Guido è stato per tutta la sua vita, non ha bisogno di tante ciance e non si vergogna a far vedere le lacrime in pubblico, quando questo sgorgano dal cuore a rendere onore agli amici e maestri che non ci sono più.

Ecco, voglio ricordarlo così, con questo silenzio, che ora lo avvolge mentre sale al cielo, dove lo attende l’applauso più fragoroso della sua vita: quello di tutti cuori granata che lo attendono lassù.

Domenico Beccaria

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