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Economia e lavoro | 21 febbraio 2020, 17:55

Effetto Greta, cinque lavoratori su 100 a Torino dovranno convertirsi al green

Lo dice l'analisi Cerved sulle PMI che mette in luce quali province avranno maggiori necessità di compiere passi avanti nella sostenibilità delle loro aziende. E se il PIL rallenta, le piccole migliorano però la solidità patrimoniale e l'esposizione al rischio

Effetto Greta, cinque lavoratori su 100 a Torino dovranno convertirsi al green

Le aziende devono mostrare la loro anima sostenibile, una "faccia" che si farà sempre più fondamentale anche nei rapporti futuri: non solo con il resto del sistema produttivo, ma anche con quello bancario e finanziario. E in provincia di Torino saranno circa il 4,9% del totale i lavoratori che saranno interessati dalla transizione delle loro aziende.

Sono le cosiddette imprese "brown" (marroni, quindi non verdi) secondo le categorie stabilite dalla UE: quelle cioè che appartengono a settori a rischio "insostenibilità" e che dunque richiederanno passi avanti nell'innovazione ambientale per diventare "green". Lo dice l'edizione 2020 del Rapporto pmi del Cerved, che accanto agli aspetti più legati al green certifica come la strada verso la ripresa continui a essere in salita, anche se le piccole e medie imprese piemontesi proseguono nel calcare i gradini necessari per tornare a rivedere la luce. E intanto cercano di rafforzarsi e mettersi al sicuro.

Se Torino è dunque una delle province meno coinvolte in questa transizione, visto che alle spalle (con un 4,3%) si piazza solo Biella, sarà invece il Vco il territorio in cui le aziende si dovranno fare più da fare e dove più lavoratori saranno interessati dalla transizione: l'11,6%, mentre Asti (9%) e Alessandria (8,1%) completano il podio al contrario. Poi ci sono Cuneo (7,8%), Novara (7,2%) e Vercelli, con il 5,6%.

Dal punto di vista dei dati puramente economici, invece, il rapporto Cerved dice che i risultati del 2018 delle pmi sono stati inferiori al 2017, così come si è rallentato anche nella prima metà del 2019. Ma se si osserva la tendenza generale, l'andamento viaggia comunque verso un riallineamento al periodo pre-crisi, pur con un Pil che se nel 2017 cresceva dell'1,2% l'anno successivo ha frenato allo 0,6%. "Nel 2019 si è attestato su una crescita dello 0,2% ed è stato un anno particolarmente duro e di stagnazione. E anche il 2020, nella migliore delle ipotesi, non si annuncia certo come un anno di ripresa", ammette Luca Pignatelli, responsabile dell'ufficio studi dell'Unione Industriale.

I numeri che tengono ancora sulle spine non sono pochi: nel 2019 sono infatti calate del 3,1% le nuove aziende e sono cresciuti del 23% i fallimenti (pur rimanendo molto distanti dai picchi della recessione). E da quasi 69 sono saliti a oltre 70 i giorni di attesa nei pagamenti delle fatture tra aziende. In questo ambito, però, solo l'8,9% rappresenta la fetta dei pagatori in grave ritardo: una porzione minima rispetto a ciò che accade in altre aree del Paese. E dunque, assicurano gli esperti, poco preoccupante.

A livello patrimoniale invece arrivano grandi segnali di solidità: rispetto a dieci anni fa, infatti, il debito finanziario si è ridotto dal 113% a circa il 60% del capitale netto, segno di una ritrovata solidità. Se sono uscite dal mercato aziende dai conti particolarmente fragili, chi è rimasto sa stare sulle proprie gambe con una certa sicurezza. L'indice del profilo di rischio, in particolare, vede crescere la parte "solida" e calare il numero delle realtà più esposte. E le PMI piemontesi vanno mediamente meglio rispetto sia alle colleghe della Liguria e della Valle d'Aosta.

Intanto, sono 62 le PMI che hanno meritato per il 2020 il premio "Industria Felix", perché più performanti e affidabili tra Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta. Tra le torinesi, ci sono 2A, Blue engineering, Cultraro automazione, Demap, Dylog Italia, Fiat Powertrain, Fiorentini alimentari, Gineprudue coop di solidarietà, MPE, National molding Italia, Olicom International, Sistemi e Thirfloor.

Massimiliano Sciullo

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