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In Breve

| 16 settembre 2016, 12:54

Marco Lingua non si arrende: "Non ho alcuna intenzione di fermarmi"

Il lanciatore chivassese non molla dopo i tre nulli ai Giochi: "A Rio le cose non sono andate come volevo, ma trovo ingenerose le critiche ricevute dalla tv; Io comunque non mi arrendo, mi sento bene e voglio provare ad andare ai Giochi di Tokyo"

Marco Lingua non si arrende: "Non ho alcuna intenzione di fermarmi"

Il sogno olimpico raggiunto dopo una lunga corsa, l’attesa e poi quei tre lanci nulli, che hanno in qualche modo risvegliato Marco Lingua dal suo sogno. Le Olimpiadi non sono andate come l’atleta chivassese avrebbe voluto, dopo aver speso tante energie, essersi allenato duramente nonostante il lavoro, perché il lanciatore non fa parte di alcun Gruppo Sportivo ed è stato quindi costretto a fare tutto da solo, lanciando senza gabbia nella cascina dello zio. Dopo la delusione olimpica e le ingenerose critiche ricevute da un telecronista della RAI, Lingua non si è arreso ed è subito tornato ad allenarsi e gareggiare, perché a 38 anni non ne vuole sapere di fermarsi, ma anzi, sogna addirittura di andare avanti altri quattro anni e arrivare anche alle Olimpiadi di Tokyo. L’abbiamo intervistato per farci descrivere le sue emozioni olimpiche.  

Ciao Marco, com’è stata l’esperienza olimpica risultato a parte?
«Meno bella rispetto a Pechino, perché ero da solo senza allenatore e quindi non avevo una persona con cui condividere gli allenamenti. Poi non mi sono trovato per niente bene con le pedane e forse avrei avuto bisogno di un paio di giorni in più di adattamento. Tornassi indietro partirei prima. Per quanto riguarda l’organizzazione funzionava tutto a meraviglia e anche l’esperienza del villaggio olimpico è stata bella come sempre. Ma non ero in Brasile a fare una gita, ma per disputare una gara al meglio, cosa che non sono riuscito a fare purtroppo».  

Rispetto a Pechino hai trovato delle differenze?
«In Cina mi è sembrato tutto molto più bello, l’Olimpiade era organizzata in un modo migliore. A Pechino c’erano più persone e più cose, anche se pure qui in Brasile è stata una bella esperienza».  

Passiamo alla gara, nella quale hai fatto tre lanci nulli nelle qualificazioni: cos’è successo?
«Forse per l’emozione o per le tante prove che mi sono state richieste per partecipare ai Giochi, mi sono presentato in pedana meno lucido rispetto al solito e questo in uno sport come il lancio del martello lo paghi. Aggiungo poi che la pedana non era facile e l’organizzazione ha commesso qualche errore con la gabbia, tanto che molti atleti hanno protestato. In fin dei conti anche un pluricampione come Fajdek, super favorito per l’oro, non è riuscito a qualificarsi. È andata male, peccato».  

Come ti sei sentito quando anche il terzo lancio è finito sulla gabbia?
«Molto male, perché ho subito capito che ero fuori dai Giochi e che ancora una volta avevo lanciato tre volte nullo in un’Olimpiade. Insomma sei lanci nulli in due Olimpiadi fanno un po’ male, anche perché noi lanciatori abbiamo poche gare e queste ci danno visibilità. In molti magari mi hanno visto per la prima volta e mi hanno giudicato come un atleta scarso, senza sapere quante belle gare ho fatto in vent’anni di carriera. Alla fine però, il giudizio di chi segue l’atletica solo occasionalmente mi interessa fino a un certo punto, perché chi segue questo sport e mi conosce sa chi sono ed è anche a conoscenza dei mille sforzi che ho fatto per essere qui. Mi sono allenato per tanti giorni e molto duramente, sempre da solo, nonostante dovessi fare anche i turni di notte al lavoro. Gli atleti che sono all’interno dei Gruppi Sportivi hanno tutto, perché il loro lavoro è allenarsi e sono più tutelati, mentre io devo fare ogni cosa da solo».  

Ci sei rimasto mai per le critiche feroci che hai subito dal telecronista della RAI?
«Sicuramente non mi ha fatto piacere e mi hanno anche sorpreso le sue parole, perché ha commentato in passato molte mie belle gare. Ho trovato comunque di cattivo gusto quello che ha detto, anche perché ho lavorato tutto l’anno per essere ai Giochi e inoltre mi sono state richieste tante prove prima di essere convocato per il Brasile. Insomma tutto sono, tranne un raccomandato, altrimenti non sarei costretto ad allenarmi da solo e senza gabbia. Purtroppo tanti miei conoscenti sono rimasti male per quelle parole».  

Nonostante tutto non ti sei arreso, anzi sei subito tornato in gara e il tuo hashtag “#RoadtoTokyo” è un messaggio abbastanza chiaro della tua volontà.
«Ho subito lanciato un bel 74 e nelle prossime settimane farò ancora altre gare, tanto che mi sto allenando tutti i giorni e molto duramente nonostante i miei problemi. Ho 38 anni, sono il miglior lanciatore italiano e non ho alcuna intenzione di fermarmi. Mi sento molto bene fisicamente e voglio provare ad andare a Tokyo».  

Un’ultima domanda sulla gara olimpica: ti saresti mai aspettato il fallimento di Fajdek?
«Non tutti sanno che il lancio del martello è uno sport molto difficile, nel quale non è importante soltanto la forza, ma anche la tempistica, perché devi lanciare nel momento giusto per non finire sulla gabbia ma allo stesso tempo metterci la massima potenza. Ci vuole forza e concentrazione ed è molto più difficile rispetto al peso per esempio. La prestazione di Fajdek a Rio è la dimostrazione che questa è una discipina difficilissima, se uno che ha vinto tanto come lui ha fatto uno sbaglio, significa che può accadere a chiunque».

 

Giorgio Capodaglio

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