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Videogallery | 15 aprile 2020, 09:55

"Stiamo aiutando 350 famiglie: anche dopo, ricordiamoci che senza i volontari quel pacco non sarebbe arrivato" [INTERVISTA]

Il direttore della Consulta per le Persone in Difficoltà Giovanni Ferrero: "Oggi credo ci sia più coscienza della cultura della solidarietà, ma temo che domani del nostro volontariato rimarrà solo un 10-15%"

"Stiamo aiutando 350 famiglie: anche dopo, ricordiamoci che senza i volontari quel pacco non sarebbe arrivato" [INTERVISTA]

Giovanni Ferrero, allo scoppiare dell’emergenza Coronavirus, il lavoro della Consulta per le persone in difficoltà si è riorganizzato in diversi ambiti: la consegna a domicilio di generi di prima necessità e farmaci, il trasporto attrezzato verso luoghi di cura e l’assistenza telefonica psicologica. Può parlarcene? 

Siamo da sempre una realtà vicina alle persone più fragili, e, come coordinamento  di associazioni, seguiamo sia le persone in difficoltà sia gli anziani. La Città di Torino ci ha chiesto di rendere la nostra sede in corso Unione Sovietica un hub di raccolta viveri da smistare negli undici punti di distribuzione dislocati sul territorio, in queso periodo di emergenza. Dividiamo quindi tutte le derrate che arrivano - ogni settimana dai 50 agli 80 bancali - e le assegniamo ai nostri volontari. Assieme al Banco Alimentare prima seguivamo già 60 famiglie, ora siamo arrivati a 350. E nella rete di Torino Solidale calcoliamo circa 12 mila persone destinatarie. In contemporanea abbiamo dato la nostra disponibilità a consegnare la spesa a domicilio, in accordo con i centri commerciale. L’utente ci chiama in sede, ci detta la sua lista e noi mandiamo l’ordine in negozio. Poi un nostro volontario porta le compere a casa e l’utente lascia sul pianerottolo i soldi, in modo da non avere contatti. Questo capita tra le 40 e le 50 volte al giorno. L’ultima attività è la compagnia a distanza. Seguivamo già i centri aggregativi per le persone anziane, ora ne siamo in contatto con circa 150 persone grazie al lavoro di otto operatrici telefoniche, che però andranno incrementate. La chiamata media, infatti, va dai 40 minuti a un’ora e 10. C’è tanta voglia di parlare, e spesso a questo si affianca il bisogno di un supporto psicologico. 

Quanti volontari sono coinvolti, al momento, e come sono suddivise le loro mansioni?

Prima del Covid-19 avevamo 80 volontari, di questi gli attivi ora sono quattro o cinque, perché la maggior parte di loro erano pensionati che ora non possono uscire di casa. Fortunatamente abbiamo intercettato tante categorie lavorative - dipendenti, manager, imprenditori - che, non andando più a lavorare nelle aziende, stanno partecipando a tutte le nostre attività. È un volontariato nuovo, nato proprio in questi giorni, che conta cento addetti. Superata l’emergenza, forse li perderemo, e si porrà un problema. Al momento sono dislocati nel magazzino più grande per lo smistamento delle derrate, mentre un altro gruppo in uno più piccolo dove si preparano i pacchi per le famiglie da noi seguite. E produciamo anche mascherine a uso civile, tagliano tessuto ed elastici e affidando poi il lavoro a trenta sarte. Gli altri si occupano delle telefonate di compagnia. 

Anche sul web siete molto attivi per fornire conforto e sostegno a distanza, attraverso il gruppo Facebook “Insieme a casa tua”. Di cosa si tratta e che tipo di attività proponete?

Abbiamo pensato a tutti quegli anziani che, nei primi giorni dell’emergenza sanitaria, guardavamo i tg e ascoltavano solo notizie drammatiche. Abbiamo quindi pensato a produrre dei video tutorial, ad esempio per insegnare l’automassaggio, oppure c’è chi fa delle letture sul web - adesso il libro scelto è “Arthur” di Luc Besson -, o un corso di origami, un altro di inglese per imparare i termini e gli strumenti usati nel quotidiano, da Whatsapp alle conference call. Quelli che già avevano un dispositivo di ultima generazione, ma lo usavano solo per telefonare, ora riescono ad aprire YouTube o iscriversi a Facebook.

Come stanno reagendo, in questo momento di difficoltà, le associazioni di volontariato con cui voi vi interfacciate? Quale clima si respira?

Nelle associazioni in questo momento attive c’è molta adrenalina. Dico sempre che noi siamo quelli dell’ultimo miglio, non al pari della Croce Rossa o della protezione civile, certo, ma comunque viviamo questa situazione con molto stress. Ti ritrovi a capire davvero perché lo fai, mentre prima era ordinaria amministrazione. L’associazionismo attivo si sente quindi davvero gratificato. Anche per me, a livello psicologico, è sicuramente il periodo più interessante degli ultimi vent’anni. Il problema sarà dopo, sia per la gestione dei problemi che permarranno passato il virus, sia per la sopravvivenza di queste associazioni; penso ad esempio a quelle che seguono persone con disabilità cognitive e intellettive, con laboratori che hanno una retta mensile da pagare. Anche noi, che come consulta siamo piccoli-medi, immaginiamo che molti contributi andranno alle attività imprenditoriali, mentre il nostro mondo subirà un danno economico ingente, il prossimo anno. Stiamo vivendo grazie ai fondi pubblici messi a bilancio nel 2019, ma il 2020 sarà molto duro. Chi è a casa si sta già facendo i conti. In questo momento non c’è, verso di noi, la giusta attenzione, perché le problematiche sono altre, ma ricordiamoci che il volontariato sta servendo ora migliaia di famiglie, l’ha fatto in passato e continuerà a farlo. Senza di noi forse quel pacco non arriverebbe.

Crede che l’esperienza attuale stia infondendo nelle persone una maggiore coscienza della cultura della solidarietà da voi sostenuta? E come si immagina un ritorno alla normalità, per tutti i soggetti fragili di vostro interesse? 

Sicuramente, se leggo il dato oggi, la risposta è sì, ma ho paura che in realtà non sia così. Nell’emergenza nessuno fa finta di niente, se vede qualcuno sul marciapiede cadere di fronte a lui. Ma voglio che questo volontariato rimanga quando quella persona non sta cadendo oggi, ma potrebbe cadere domani. Sicuramente la coscienza c’è già ora, sia per chi riceve il pacco sia per chi lavora con noi, ma restiamo comunque una società individualista. Pensiamo prima a noi e poi, se troviamo il tempo, facciamo anche volontariato. Credo resterà un 10-15% dei volontari ora coinvolti. 

Il Coronavirus ha fatto emergere nuove esigenze che la Consulta pensa di affrontare e approfondire nei prossimi mesi, anche a livello istituzionale? 

Ne parlavo la scorsa settimana con la sindaca Appendino e la vicesindaca Schellino, che sono venute a trovarci in sede. C’è sicuramente il problema degli anziani che prima uscivano e andavano nei centri aggregativi, in piscina, facevano insomma una vita da pensionati attivi. Oggi è come parlare con un parente lontano, sono persone depresse, con poca voglia di vivere. Chi usciva al mattino e rientrava la sera adesso è costretto a restare a casa, e il loro cervello non è così giovane come il nostro, fa fatica a lavorare e riabituarsi. Il problema quindi sarà dopo, con tutta una fetta di anziani da riprendere e portare fuori. Su quello ci sarà molto lavoro da fare. 

Manuela Marascio

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