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Immortali | 16 settembre 2020, 07:45

Un grande futuro...alle nostre spalle

Sabato 19 settembre 2020, anno uno dell'era Covidiana, a casa dei fratelli Viola, avremo l'onore e l'onore di dare il calcio d'inizio al campionato di calcio di serie A, il primo ad essere interamente caratterizzato da questo virus infame.

Un grande futuro...alle nostre spalle

Sabato 19 settembre 2020, anno uno dell'era Covidiana, a casa dei fratelli Viola, avremo l'onore e l'onore di dare il calcio d'inizio al campionato di calcio di serie A, il primo ad essere interamente caratterizzato da questo virus infame.

E proprio questa emergenza sanitaria pandemica, fa emergere le difficoltà in cui il calcio moderno si dibatte, causate dalla sua forza, che però è anche la sua debolezza, ovvero la dipendenza assoluta da flussi di denaro sempre più consistenti, con cui saziare l'arsura implacabile dei suoi attori. L'aspetto sportivo è passato in secondo piano, surclassato,da quello economico.

Un modo per risolvere, anche se solo parzialmente, il problema, starebbe nel coinvolgere maggiormente i tifosi, non solo nell’acquisto di biglietti ed abbonamenti, ma proprio nella partecipazione in quote di capitale all'interno dei club che fanno battere il loro cuore.

Questo è quello che sostengono gli amici di ToroMio, che come suggerisce il nome della loro associazione, sono un gruppo di tifosi granata che, sentendo la compagine granata come qualcosa di loro, vorrebbbero partecipare attivamente, tramite l'acquisto di quote societarie, alla gestione del Torino FC.

Ma non sono gli unici, in Italia, tanto da aver dato vita al NOIF, acronimo di Nelle Origini Il Futuro, che raggruppa associazioni analoghe di tifosi di Roma, Milan, Cosenza, Rimini, Modena, Torres e Parma, oltre agli “osservatori esteri” dell’Athletic Club di Bilbao, che già vanta esperienza nell’azionariato diffuso.

In buona sostanza, questo comitato, cerca di introdurre non solo un modello di partecipazione azionaria da parte dei tifosi nei club di loro riferimento, ma un qualcosa di molto più importante, di rivoluzionario, o meglio, di reazionario. Il ritorno alle origini, al significato più letterale della parola club, ovvero il sostantivo anglosassone, di derivazione greco-antica klan, cioè gruppo di persone che condivide i medesimi interessi.

Fu infatti proprio da questa condivisione di interessi, nello specifico il gioco del calcio, che nacquero le prime squadre, nella seconda metà dell’ottocento, nel Regno Unito. Non furono imprenditori che, mossi da cupidigia o vanagloria, misero insieme undici dipendenti, con lo scopo di farli correre dietro ad un pallone in un prato, ma fu la passione di sportivi praticanti che nel calcio vedevano la naturale continuazione delle gesta dei cavalieri che si sfidavano nelle giostre medievali, degli eserciti che si affrontavano in battaglia, ma senza lo spargimento di sangue ed i lutti delle guerre, a dare vita ai primi tornei di foot-ball.

Mi piace ricordare, ad imperituro e luminoso esempio di questo spirito sportivo, fortemente legato ai colori del proprio club ed all’aspetto amatoriale dello sport due personaggi iconici della storia granata.

Il primo è Enrico Bachmann, primo grande capitano del Torino, a cavallo tra gli anni dieci e la metà degli anni venti; sedici stagioni in cui, escluso il portiere, dal due all’undici giocò in tutti i ruoli, pur di indossare la casacca granata. Visto il suo valore, gli fu più volte proposto il trasferimento ad altre compagini, cui sempre sprezzantemente rispose: “Ma per chi mi prendete? Sono e rimango granata!”, senza un soldo di stipendio, ma orgoglioso della maglia da lui indossata. Commovente il ricordo di lui che volle scendere in campo contro la Pro Vercelli, malgrado in settimana gli fosse morta la moglie, col cuore gonfio di dolore, ma alla guida dei suoi compagni, di cui era il capitano. Fu anche il primo presidente dell'Associazione ex Calciatori Granata.

Il secondo è Vittorio Pozzo, socio fondatore del Torino e suo primo grande allenatore. Con la maglia granata non colse allori, ma rimane a tutt'oggi il più vincente CT della Nazionale, con cui vinse due mondiali (1934 e 1938) ed una olimpiade (1936). Non volle mai ricevere uno stipendio, per questo suo ruolo tecnico, sostenendo che lui era giornalista (e che giornalista!) e tanto gli bastava. Uomo tutto d'un pezzo, seppe superare anche una infamante accusa di vicinanza al regime, durante il ventennio. La sua tempra di alpino, di cui fu tenente durante la prima guerra mondiale, gli conferì quella autorevolezza e quel carisma che gli consentiva di trattare i suoi ragazzi con una paterna bonarietà ed al contempo con un militaresco rigore, che fece dare loro il meglio di se e li condusse ai loro storici successi.

Oggi che la pandemia ci ha drasticamente ridimensionati, stroncando voli pindarici basati su presupposti tanto eterei quanto fallaci, ci rendiamo conto che la soluzione non sta nel voler frettolosamente riportare i tifosi negli stadi, con scellerato anticipo sui tempi del virus e sui principi del distanziamento sociale, per cercare di rimpinguare le agonizzanti economie dei club, ma nel tornare ad affidare alle amorevoli mani dei tifosi, gli unici che veramente hanno a cuore le sorti delle loro squadre, le società di calcio.

Ovviamente non si pensa minimamente di proporre degli espropri nei confronti dei legittimi proprietari delle società, ma di incentivare in loro la disponibilità ad aprirsi al dialogo, non di forma ma di sostanza, ed alla partecipazione economica attiva da parte di quelli che sono il vero capitale delle moderne società di calcio.

Non gli stadi, non i giocatori,non le sedi o i centri sportivi di allenamento, sono i veri asset del calcio, ma i tifosi che col loro cuore e coi loro soldi, possono fare la differenza tra la morte o la sopravvivenza di un club.

In Germania l'hanno già capito. Noi cosa aspettiamo?

 

Domenico Beccaeria

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