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Cronaca | 16 settembre 2020, 14:39

Quindici anni senza lo "Zio": il mondo del basket torinese ricorda Valentino Ballin

Era il 2005 quando venne a mancare uno dei personaggi più importanti nella formazione di generazioni di uomini, prima che di giocatori, alla Don Bosco Crocetta. Il presidente Romagnoli: "E' sempre importante ricordare una figura come lui"

Foto: pagina Facebook Basket Don Bosco Crocetta

Foto: pagina Facebook Basket Don Bosco Crocetta

Sembra ieri, eppure sono già passati 15 anni. Sarà che le cose belle di quando si è giovani tendono a rimanere cristallizzate, sempre uguali a se stesse, nella memoria di chi le ha vissute. Sarà perché, in fondo, chiunque abbia conosciuto Valentino Ballin ne conserva una parte nel proprio cuore e dunque non lo sente mai lontano.

E invece era il 16 settembre 2005 quando il mondo del basket torinese (e in particolare la società del Don Bosco Crocetta) si trovò a piangere una delle persone che più ha dato alla pallacanestro cittadina e alla crescita (umana, prima che sportiva) di generazioni di ragazzi.

Giocatori che oggi sono cresciuti, con qualche chilo in più e molti capelli in meno, ma che per anni - transitando nel corridoio che al piano interrato di via Piazzi portava dalle scale verso gli spogliatoi - sono passati davanti all'ufficio dello "Zio". Uno sgabuzzino, più che un ufficio, ricavato nel sottoscala. Ma il cuore pulsante di una società che ha sfornato tantissimi giocatori (alcuni arrivati anche alla massima ribalta nazionale e internazionale come Carlo Caglieris o Stefano Vidili). 
Da quella portina sempre socchiusa, con la luce della lampada da tavolo a contrastare la costante penombra, capitava spesso di sentirsi osservati. Era l'occhio dello Zio: burbero, ma amorevole. Uno sguardo che in pochi istanti era in grado di cogliere gioie e malumori di ogni singolo ragazzo: altro che gli scanner per la febbre dei giorni nostri.

Era uomo dai grandi silenzi, lo zio Ballin. Ecco perché le sue parole - poche, soppesate e quindi preziose - erano spesso memorabili. Rimbrotti (generalmente), ma anche qualche parola di sostegno e incoraggiamento. C'è chi ricorda discorsi motivazionali inattesi quanto clamorosi durante l'intervallo di una delle finali nazionali Pgs in quel di Rimini. Altro che Al Pacino. Come tutte le persone silenziose, lo Zio insegnava con l'esempio. E c'era sempre, per tutti. Bastava uno sguardo, anche celato dietro i suoi occhiali dalle lenti scure. Detestava i capelli lunghi e altri dettagli estrosi e non mancava mai di farlo notare, ma sempre in maniera bonaria. Il messaggio arrivava forte e chiaro che nemmeno Radio Londra.

E Radio Londra non è un riferimento casuale: dal suo baule degli aneddoti, lo Zio tirava fuori ciclicamente quello "degli americani", che avevano portato e regalato uno dei primi giochi di maglie che avrebbero poi vestito i ragazzi della Crocetta, che giocano nella palestra che oggi porta il suo nome. ‘È sempre importante e attuale ricordare una persona come lo ‘Zio’ che ha vissuto per noi e si è donato a tutti i giovani che ha incontrato lungo il suo lungo cammino di fede, umano e sportivo’, commenta sui social l'attuale presidente della Crocetta, Roberto Romagnoli.

Ai suoi funerali, celebrati ovviamente nella chiesa di via Piazzi, a pochi passi dall'oratorio, si erano ritrovati tutti i suoi ragazzi, senza distinzione di età e generazioni, con il cuore gonfio: di tristezza, ma anche di gratitudine. Ma se la tristezza è svanita in poco tempo, la gratitudine è un patrimonio che ancora oggi viene distribuito quando lo si ricorda. E quando alcuni dei suoi ragazzi si ritrovano (intorno a una pizza, su un campo da basket di periferia con le retine sgualcite o ai piani alti di un'azienda o di un prestigioso ospedale torinese) un pensiero è sempre per lo zio. Agli aneddoti, le battute, a quei rosari recitati a bordo del pulmann prima delle trasferte quando - giocando su un udito non più impeccabile - dalle ultime fila gli "amen" diventavano "olè". E poi quel coro - "Balin, Balin, Balin / Balin, Balin Balin" - che lo Zio, quasi perché era il suo ruolo a imporglielo, cercava di mettere a tacere con gesti evidenti della mano. Ma i suoi ragazzi sapevano che lui, dentro, rideva.

 

Massimiliano Sciullo


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