I racconti del vento | 13 novembre 2021, 10:20

Alla ricerca del senno di Orlando

Storie intorno a un masso, una cascina e un affresco che non c’è più

Alla ricerca del senno di Orlando

"Tagliò lo scritto e ‘l sasso, e sin al cielo
A volo alzar fè le minute schegge.
Infelice quell’antro, ed ogni stelo
In cui Medoro e Angelica si legge…"

Lo vuoi vedere, il sasso che Orlando spaccò menando fendenti all'impazzata con la sua Durlindana?

Mio figlio mi guardava incredulo, anche se si stava appassionando a quella storia scritta un linguaggio strano, e per di più in versi, che io gli leggevo nelle nostre serate a Vaie, nella casa dei nonni.

Il vento agitava le fronde della maestosa Tuja fuori dalla nostra finestra, e tutto quel turbinio sembrava fare da sottofondo visivo e sonoro alla furia disperata del Paladino. Avevamo iniziato a leggere L'Orlando Furioso perché attraverso le avventure più incredibili raccontava altre storie parallele, di lealtà, di rispetto per gli avversari, di parità (quanto mi piacevano le donne guerriere che combattevano con le spade cavalcando destrieri!), ma soprattutto ci insegnava che in ogni dramma, lutto, tracollo, gli amici, quelli veri, in qualsiasi epoca, sono disposti a fare di tutto, anche andare fin sulla Luna a recuperare il senno di chi l'ha perduto.

Quindi, bisognava andare.

Il mattino seguente, gonfiate le ruote delle biciclette, chiamai il mio ancora per poco piccoletto, e gli proposi di andare a vedere quello che secondo la leggenda è il masso di Orlando. Nel comune di Villar Focchiardo si trova infatti un’antica cascina fortificata, che già nel nome non lascia adito a dubbi: la Cascina Roland.

Probabilmente è un toponimo legato alla famiglia che la costruì, in effetti Rolando è un cognome frequente in Valsusa, ma la tentazione di associarla al più famoso dei Paladini è inevitabile. Un tempo sulla facciata era visibile un affresco, di cui ora rimane solo più un tratto di un fregio che lo incorniciava. La figura non si può più distinguere, è rimasta come una presenza nella nebbia fitta, e lascia la delusione di un libro che non potremo più leggere.

A riaccendere la nostra fantasia, la Storia ci dice che Carlo Magno era di casa nella nostra Vallata, sappiamo che utilizzò le antiche vie dei pastori sulle montagne per sorprendere Desiderio alle spalle nella pianura di Avigliana, e che frequentemente sostava presso la Novalesa per ristorare il suo spirito….e le sue truppe.

La razionalità, per contro, suggerisce che gli aspri scontri tra i valorosi soldati cristiani e gli altrettanto valorosi Mori dovevano aver avuto luogo altrove, più probabilmente vicino a quella Roncisvalle dove Orlando terminò i suoi giorni, ferito a morte ma celebrato per sempre come eroe glorioso.

In ogni caso, proprio accanto a questa cascina dalle finestre ad arco incorniciate da mattoni e profili in terracotta, ecco spuntare da terra una roccia, dalle dimensioni non particolarmente imponenti, ma inequivocabilmente tagliata a metà!

Una delle ipotesi sulla sua origine è che si trattasse di un “Omphalos”, cioè "ombelico", cioè una roccia considerata dalle popolazioni locali come un centro del mondo, del loro mondo conosciuto, e connessa con i culti della Terra.

Però il Masso di Orlando è ancora più affascinante. Un colpo netto di spada, un fulmine, un prodigio comunque che sfugge alla razionalità, che taglia le certezze e la quotidianità, e ci ricorda che basta crederci, abbandonarsi a quella parte di noi che rimane bambina, e tutto diventa possibile, anche un guerriero che taglia i sassi con la spada, anche degli amici che per restituire la dignità e la ragione a uno di loro, attraversano mezzo mondo, e volano fin sulla Luna…

Grazia Dosio

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Grazia Dosio

Ciao, sono Grazia, e le mie passioni sono camminare e raccontare.
Sono cresciuta a Vaie, in Valsusa, dove l’acqua è cristallina e sa di cielo, e perfino l’ombra, attraverso le fronde dei castagni, ha mille colori.
Quando ero piccola, i miei genitori e i miei nonni mi hanno insegnato a guardare e ad ascoltare, a godermi lo stupore della neve che si scioglie per lasciar comparire le primule, le fragole del bosco, le salamandre timide, i funghi e l’estate, le foglie che s’indorano, la brina leggera, la neve che torna...
Non lo sapevo, ma i racconti ascoltati germogliavano per essere raccontati ancora, e la laurea in Biologia mi ha regalato nuove chiavi per decifrare tutto quello che si muove intorno ai miei passi: le erbe, i boschi, gli animali…e le leggende.
La montagna, così vicina, è uno scrigno di storie, di case che avevano nomi, di sentieri che erano strade di umanità e di conoscenza: un passo dopo l’altro è sempre più forte la curiosità di sapere cosa sentivano, cosa cercavano, cosa fuggivano e in cosa credevano coloro che avevano costruito quelle mulattiere consumate.
Un passo dopo l’altro, mi sono accorta che voglio raccontare.
Ora ho 53 anni e un’abilitazione da guida naturalistica; vivo coi miei figli che cercano le loro strade, le loro cime da conquistare e i loro frutti da attendere e assaporare. Le nostre scoperte si intrecciano, la nostra casa ogni giorno è punto fermo e bivacco, ogni giorno è la nostra ricchezza.

I racconti del vento
La voce del vento, per noi valsusini, è la più familiare, suona in modo diverso attraverso il bosco o tra le vie strette del paese, si gonfia frusciando tra le foglie o cigola coi tronchi spogliati dall’autunno.
Fuori dalle strade trafficate, bastano pochi passi per scoprire le meraviglie infinitamente vicine, quelle che non avevamo mai guardato davvero, le storie che non conoscevamo, o che non ricordavamo più.
Bastano pochi passi per lasciarci alle spalle la noia e riscoprire quel qualcosa che da bambini ci faceva partire incuranti dei rovi e del fango, perché l’avventura era nei boschi dietro casa e nelle stelle cadenti, e la libertà era nella voce del vento...

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