I racconti del vento | 12 dicembre 2021, 10:08

La pelle del Drago: sulle tracce delle leggende, nelle ferite della montagna

Alla scoperta della riserva naturale dell'Orrido di Foresto, un pezzo di storia della Val di Susa

La pelle del Drago: sulle tracce delle leggende, nelle ferite della montagna

Cielo blu metallico, solcato da nubi che si rincorrono come astronavi scintillanti. Nel fondovalle, i paesi ronfano, ormai immersi nell'ombra, col respiro pacato di cento comignoli, respiro di un filo di fumo delle stufe accese. Cento e cento cuori caldi.

Salendo verso l'alta Valle, la tormenta si sfuma nei valloni, sfida la calma sonnacchiosa di questo sabato di quasi inverno, un sussurro selvatico, un'eco di leggende che sfidano la razionalità, che friggono nelle gambe, che si può andare, vedere, cercare…

Dalla statale distinguo i contrafforti possenti dell’Orrido di Foresto, di una profondità magnetica.

Parcheggio l'auto nella piccola piazza davanti alla chiesa, un gruppetto di persone stanno sistemando le luminarie, in quella concitazione allegra, come quando si aspetta il Natale, o la neve.

Pochi passi, tra le austere case in pietra grigia, antiche porte con stemmi che danno su cortili chiusi come fortezze, paratoie, un mulino, e lo scroscio del Rio Rocciamelone, amplificato dalla maestosa cassa di risonanza che mi si dispiega intorno all’improvviso.

Le pareti calcaree incise dall’acqua sembrano ancora più alte, sulla sinistra si distinguono muri di pietre squadrate che chiudono strette barme, ripari sotto le rocce utilizzati forse un tempo come ricoveri da monaci eremiti, e poi reimpiegati come lazzaretto nei secoli delle pestilenze, e poi ancora nel XVIII secolo, durante una rovinosa epidemia di colera.

Ancora qualche passo, prima del guado che porta alla via ferrata, e lo sguardo non coglie più la presenza dell’uomo. Non più le case, e non ancora i segni fluorescenti delle vie di arrampicata dai nomi fantasy…

Già, gli orridi sono luoghi che vivono una vita propria, e che escono dai libri di geologia, o da quelli di leggende.

Poco discosto, lungo la vallata, sono scivolati ghiacciai, sono arrivati in volo microscopici granelli di polline, hanno transitato branchi di animali sulle rotte di migrazioni immemori, e poi cacciatori ad inseguirli, e invasori con pietre e bastoni, ed eserciti di difensori con elmi e spade…

E in tutto questo tempo, l'acqua scorreva, scavando la roccia. Null'altro.

Fino a che un giorno gli uomini hanno guardato queste pareti dalle stratificazioni messe a nudo, e hanno cercato una spiegazione, una risposta che fosse solenne ed impressionante come questa gola: un mostro, una creatura immensa, con immensi artigli, immense squame, immense creste, che si era scavata un riparo, che aveva ferito la montagna. Un drago, ora nascosto nell’evanescenza della tormenta, intrappolato nella ferita che lui stesso aveva inferto nelle pendici del monte.

In realtà, l’Orrido di Foresto attraverso i millenni ha intrappolato qualcosa, ma non si tratta di orridi rettili, bensì di un angolino di macchia mediterranea: infatti le oscillazioni climatiche che da sempre caratterizzano il nostro pianeta causarono, circa 7.000 anni fa, un innalzamento della temperatura, e la nostra valle fiorì di orchidee, e divenne un giardino verdissimo e profumato.

L'esposizione a S e la scarsità di gelate hanno fatto degli Orridi che incidono questo versante un ambiente protetto in cui le specie botaniche del bacino del Mediterraneo hanno potuto continuare a vivere, come in una serra.

Se a Foresto si trova come endemismo il Juniperus oxycedrus (un Ginepro della fascia mediterranea), a Chianocco, dove il Rio Prebec ha dato origine ad un altro spettacolare canyon, possiamo trovare l’unica stazione di Leccio sicuramente spontanea in Piemonte. Qui un tempo i rami sempreverdi del Leccio venivano benedetti al posto dell’ulivo alla Domenica delle Palme, e chiamati, per questo "Ramuliva".

E’ ora di ripartire, voglio ancora andare a vedere la cappella della Madonna delle Grazie, sulla via antica che portava a Susa. Ho letto che è decorata con splendidi affreschi gotici, ma questa è un’altra storia…

Grazia Dosio

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Grazia Dosio

Ciao, sono Grazia, e le mie passioni sono camminare e raccontare.
Sono cresciuta a Vaie, in Valsusa, dove l’acqua è cristallina e sa di cielo, e perfino l’ombra, attraverso le fronde dei castagni, ha mille colori.
Quando ero piccola, i miei genitori e i miei nonni mi hanno insegnato a guardare e ad ascoltare, a godermi lo stupore della neve che si scioglie per lasciar comparire le primule, le fragole del bosco, le salamandre timide, i funghi e l’estate, le foglie che s’indorano, la brina leggera, la neve che torna...
Non lo sapevo, ma i racconti ascoltati germogliavano per essere raccontati ancora, e la laurea in Biologia mi ha regalato nuove chiavi per decifrare tutto quello che si muove intorno ai miei passi: le erbe, i boschi, gli animali…e le leggende.
La montagna, così vicina, è uno scrigno di storie, di case che avevano nomi, di sentieri che erano strade di umanità e di conoscenza: un passo dopo l’altro è sempre più forte la curiosità di sapere cosa sentivano, cosa cercavano, cosa fuggivano e in cosa credevano coloro che avevano costruito quelle mulattiere consumate.
Un passo dopo l’altro, mi sono accorta che voglio raccontare.
Ora ho 53 anni e un’abilitazione da guida naturalistica; vivo coi miei figli che cercano le loro strade, le loro cime da conquistare e i loro frutti da attendere e assaporare. Le nostre scoperte si intrecciano, la nostra casa ogni giorno è punto fermo e bivacco, ogni giorno è la nostra ricchezza.

I racconti del vento
La voce del vento, per noi valsusini, è la più familiare, suona in modo diverso attraverso il bosco o tra le vie strette del paese, si gonfia frusciando tra le foglie o cigola coi tronchi spogliati dall’autunno.
Fuori dalle strade trafficate, bastano pochi passi per scoprire le meraviglie infinitamente vicine, quelle che non avevamo mai guardato davvero, le storie che non conoscevamo, o che non ricordavamo più.
Bastano pochi passi per lasciarci alle spalle la noia e riscoprire quel qualcosa che da bambini ci faceva partire incuranti dei rovi e del fango, perché l’avventura era nei boschi dietro casa e nelle stelle cadenti, e la libertà era nella voce del vento...

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