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Eventi | 28 gennaio 2019, 13:32

I ragazzi del Treno della Memoria sulla rotta della Sea Watch: "Capire la storia per trovare le analogie col presente"

L'associazione, che dal 2004 promuove il progetto educativo nelle scuole e organizza i viaggi ad Auschwitz, lancia al PalaRuffini un messaggio per i nuovi esuli perseguitati: "I testimoni di ieri ci interrogano: usciamo dalla zona grigia dell'ignoranza"

I ragazzi del Treno della Memoria sulla rotta della Sea Watch: "Capire la storia per trovare le analogie col presente"

Dobbiamo capire che lo sterminio nei lager non è stato una semplice parentesi nera nel cammino dell'umanità: come direbbe Bauman, quanto successo è parte integrante della nostra stessa biografia. La società già porta dentro di sé i semi per arrivare a quel tipo di orrore. Ma c'è una buona notizia: noi possiamo fare la differenza. Quali sono gli antidoti? Il primo è lo studio. Non accontentiamoci di vivere una fake life attraverso le fake news". È questo il messaggio lanciato con forza agli studenti di Torino da Alessandro Azzolina, dell'Associazione Treno della Memoria, che oggi ha riunito le scuole partecipanti al progetto nel consueto appuntamento al PalaRuffini, prima di partire per il viaggio verso l'Europa. Un'iniziativa che da ben quindici anni viene portata avanti in tutta Italia con grandissima partecipazione, educando alla cittadinanza attiva in un'ottica di approfondimento culturale e costruzione di un sentire comune, rendendo il ricordo un arricchimento della coscienza.

"La sfida, ogni anno – ha proseguito Azzolina - è saper onorare nel modo giusto questa data. Il 27 gennaio richiama al raccoglimento e alla riflessione, perché dalla storia, come maestra di vita, dobbiamo imparare. Ma non è solo questo. Chi si riunisce attorno agli ultimi testimoni dello sterminio deve capire la complessità di un fenomeno unico: nei campi a essere messa in discussione è stata l'umanità stessa, il concetto di sacralità della vita non esisteva più. I testimoni oggi parlano al nostro presente, ci interrogano”.

E quest'anno il “pellegrinaggio laico”, come i fondatori del Treno della Memoria amano definirlo, coinvolge 40 mila giovani da tutta Italia, chiamati a soffermarsi su un'analisi più ampia, rispetto al comune orizzonte dal quale si osserva il fenomeno Shoah. Per far sì che non capiti mai più (poiché, come diceva Primo Levi, se è accaduto, può di nuovo accadere), è necessario tirarsi fuori dalla cosiddetta “zona grigia” - per citare ancora lo scrittore torinese -, quella in cui confluisce la massa di gente incurante, non partecipe perché non direttamente coinvolta, e quindi sordamente complice del massacro. E il terreno di prova, ai giorni nostri, lo abbiamo tutti sotto gli occhi.

Lo ricorda Roberto Forte, del Treno della Memoria, raccontando la storia del St. Louis, transatlantico tedesco della Hamburg-America Line, famoso per aver effettuato un viaggio nel 1939, con al comando il comandante Gustav Schröder, con a bordo 963 esuli ebrei in fuga dalla Germania nazista. A settembre sarebbe scoppiata la seconda guerra mondiale, e loro non trovarono nessun Paese in tutta l'America disposto ad accoglierli, dopo che già l'Europa li aveva rifiutati, passandosi la patata bollente da uno Stato all'altro, per concludere in un nulla di fatto. Ora gli esuli sono coloro che scappano dai lager libici e si ritrovano imprigionati in mare sulla Sea Watch, respinti dai governi.

E sono state proprio le istituzioni, oggi, a prendere la parola: “Quando ciò che è avvenuto rischia di accadere di nuovo – ha detto ai ragazzi l'assessore della Città di Torino alle politiche giovanili Marco Giusta - abbiamo bisogno di interrogare la politica, e voi siete qui per questo. Cercare un capro espiatorio è un meccanismo che continua a ripresentarsi. Ora le persone sotto attacco sono i migranti e non si può giustificare una narrazione negativa che li condanna dipingendoli come il male”. Un appello che arriva anche dalla Regione Piemonte: “La proattività la mettiamo in campo in noi - ha ricordato l'assessora all'istruzione Gianna Pentenero -: non deve esserci alcuno spazio all'interno della comunicazione per chi dice che non è vero, che quell'orrore non è successo. Dobbiamo avere voglia di dare messaggi di pace e distinguere nettamente il bene dal male”.

La mattinata ha racchiuso anche le testimonianze telefoniche di Marcello Martini, fiorentino, deportato nel '44, ed Elena Ottolenghi, appartenente a un delle tante famiglie ebree torinesi perseguitate dalle leggi razziali, che fu costretta a lasciare la scuola e scappare in montagna con la famiglia. Nel passaggio di testimone alle nuove generazioni, entrambi, ultraottantenni, hanno ricordato il valore dell'istruzione e della curiosità, domandandosi sempre il perché delle cose.

Il percorso dell'associazione con le scuole è stato lungo. A ciascun gruppo vengono sempre affiancati due o più educatori con cui, nei mesi precedenti il viaggio, si svolgono attività propedeutiche, dai laboratori alle lezioni frontali, utili per la costituzione di un gruppo all’interno del quale ogni partecipante possa esprimersi liberamente, anche incentivando le espressioni artistiche e creative.

Tante le tappe europee dei viaggiatori: Budapest e Berlino le prime due, con le visite ai memoriali e al Palazzo del Reichstag, l'ex parlamento tedesco protagonista del famoso incendio da cui partì la repressione antisemita. Poi Praga e infine Cracovia, culmine del percorso, con la visita ad Auschwitz e Birkenau. E dopo sarà il momento della restituzione dell'esperienza ai propri compagni, nel lungo e faticoso ritorno verso la società. Un'avventura che, a detta di tanti partecipanti, cambia letteralmente la percezione della vita stessa, muta lo sguardo posato sull'umanità, scardina ogni certezza. E che oggi scuote ancora di più le coscienze. “Solo andando a indagare le dinamiche dei fenomeni siamo in grado di capire l'oggi, trovando delle analogie”, ha spiegato dal palco una giovane educatrice. “Non dovremo trovarci nella condizione di dire 'no, non sono stato io' mentre delle persone non vengono accolte e muoiono in mare sfuggendo dalle atrocità dei lager”.

Manuela Marascio

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