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Politica | 17 maggio 2019, 16:27

Roberto Rosso (FdI): "Se la pena è certa c’è più sicurezza"

"Sono 2.500 le aggressioni all'anno verso le forze dell’ordine”

Roberto Rosso (FdI): "Se la pena è certa c’è più sicurezza"

Spacciatori arrestati e subito rimessi in libertà, sentenze severissime in altri casi, norme che cambiano vorticosamente e applicazioni delle stesse sempre più creative. Nel frattempo abbiamo assistito, nel corso dell’ultimo anno, a 2mila 500 aggressioni di rappresentanti delle forze dell’ordine. “Senza la certezza della pena un Paese che sta vivendo forti tensioni sociali qual è l’Italia di oggi, può avere seri problemi – ha spiegato Roberto Rosso, candidato in Regione per Fratelli d’Italia – aggiungendo caos al caos”.

L’occasione per parlare di sicurezza, di magistratura e di forze dell’ordine, è stato un recente convegno organizzato dal Sap, il sindacato autonomo di polizia, con la partecipazione dei rappresentanti delle guardie giurate. I tutori dell’ordine, sia pubblici sia privati, hanno espresso il loro malessere per la situazione che si sta vivendo negli ultimi anni e Rosso, nel suo intervento, ha chiarito che “la sicurezza sociale dovrebbe essere garantita ancor prima che il reato sia commesso: prevenire con la certezza di una sanzione adeguata e ineluttabile. Se sanno che in caso di reato saranno puniti, molti non lo fanno più. Se si rendono conto di cavarsela con poco, perseguono i comportamenti criminali”. La pena deve essere proporzionata,  né blanda, né severa. Mai ideologica, secondo Rosso. “Se io condanno una persona e la tengo giustamente in galera, dissuado quella persona dal ricommettere il reato e creo le condizioni per cui altre persone saranno dissuase”.

Recentemente 40 persone di origine nigeriana sono state arrestate e portati davanti alla magistratura perché spacciavano droga. “Peccato che dopo tutto questo lavoro da parte delle forze dell’ordine, con l’intervento della magistratura e di tutto l’apparato pubblico, questi soggetti siano stati subito rimessi in libertà”, ricorda Rosso.  “Quale senso ha l’ossatura liberale del nostro modo di vivere se, chi commette reati, non vede punito il reato commesso?”. È evidente che i questo modo si crei anche un dissenso all’interno dell’opinione pubblica: “Sono le fasce più deboli che diventano razziste, non è la parte forte della società – chiarisce Rosso – anche perché in certi quartieri alcune tensioni sociali sono meno evidenti. L’orientamento elettorale della nostra Torino è palese: i ceti borghesi hanno nei confronti dello straniero un atteggiamento molto comprensivo, i ceti popolari che vedono portarsi via la casa popolare, non trovano l’accesso al pronto soccorso, che non trovano la retribuzione del welfare, rischiano di sembrare razzisti anche se non lo sono realmente. Certo, spesso diventano meno tolleranti”.

Il welfare fu costruito dai nonni e bisnonni con le loro tasse per consentire agli italiani prima di tutto di vivere in maniera regolare anche per i poveri, “ma quando tutta insieme importiamo una povertà anche superiore creiamo le condizioni per un’appropriazione del welfare da parte di chi è arrivato per ultimo”.Secondo Rosso è importante “creare le condizioni perché non ci sia razzismo, perché non deve esserci alla base alcuna discriminazione”.

cpe

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