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Immortali | 26 giugno 2019, 08:25

Un Menti per due cuori...

Torino e Firenze sono divise da circa quattrocento chilometri, che oggi si percorrono in meno di tre ore con un Frecciarossa o un Italo, ma sono unite da un milione di belle cose e ancor più bei sentimenti.

Un Menti per due cuori...

Torino e Firenze sono divise da circa quattrocento chilometri, che oggi si percorrono in meno di tre ore con un Frecciarossa o un Italo, ma sono unite da un milione di belle cose e ancor più bei sentimenti.

Una delle cose che ci uniscono ai gigliati, è Romeo Menti, l’ala vicentina di nascita ma fiorentino d’adozione e per scelta d’amore. Meo, come era chiamato da tutti, era infatti un giocatore di gran talento che il marchese Ridolfi, padre dei Viola, acquistò dal Vicenza per far fare il salto di qualità alla sua Fiorentina. E ci prese in pieno, perché con lui in campo la Viola consegui i risultati sperati, vincendo un campionato di serie B ed una coppa Italia. A Firenze trovò anche l’amore, sposando una donna toscana. Nel 41 gli occhi competenti e rapaci di Ferruccio Novo si posarono su di lui e così si concretizzò il trasferimento in granata.

La sua storia personale si fonde con quella del Grande Torino, alla cui epopea leggendaria contribuisce in maniera fondamentale. Tolta una piccola parentesi postbellica, in cui per una stagione torna ad indossare il Viola, lega indissolubilmente la sua carriera e la sua vita al Granata subalpino, mettendo la sua firma sull’ultimo goal del Torino allo stadio di Jamor, nella fatale amichevole di Lisbona, in onore del capitano del Benfica, Francisco “Chico” Ferreira.

Per questo, quando Roberto Davide Papini, giornalista de La Nazione, storico quotidiano fiorentino, chiese la collaborazione del nostro museo, per la realizzazione di un video in onore di Menti, nel settantesimo della scomparsa e nel centenario della nascita, non ci fu alcuna esitazione nell’aderire con gioia alla richiesta. Nelle nostre sale, molte cose parlano di lui e della storica e consolidata amicizia, anzi, fratellanza, con i Viola.

La testimonianza più significativa di questa fratellanza, è il racconto che Vittorio Pozzo, socio fondatore del Torino ed ex CT della Nazionale, fece all’indomani della tragedia di Superga, narrando dell’ingrato compito del riconoscimento delle salme, toccatogli perché li conosceva ad uno ad uno, essendo stati i suoi ragazzi.

Il riconoscimento delle spoglie di Meo fu facilissimo, orgogliosamente sfoggiando egli, all’occhiello della giacca, lo stemma gigliato della Fiorentina, sua squadra del cuore.

Per questo, quando Papini mi ha informato della presentazione del suo (capo)lavoro, invitandomi a presenziare, non ci ho messo molto a dire si.

Per questo, stamattina, quando ho scelto la camicia da indossare, senza giacca, visto il caldo africano che in questi giorni attanaglia il capoluogo toscano, ho scelto di appuntare al colletto della camicia la spilla del Museo Fiorentina.

Un doveroso e sentito omaggio a Meo, ai fratelli del Museo Fiorentina ed a tutti i Viola.

Con la certezza che, malgrado il solleone, saranno molti ed intensi i brividi che scorreranno lungo la mia schiena.

Domenico Beccaria

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