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OsservaTorino | 26 giugno 2021, 07:30

Il coraggio di stare in piedi

Domenico Beccaria ricorda la vicenda di Bruno Neri, il calciatore partigiano, che nel 1931 fu l'unico a rifiutarsi di fare il saluto romano all'inaugurazione dello stadio di Firenze

Bruno Neri

Bruno Neri

Nella sala dei Pionieri, al Museo del Grande Torino, esponiamo con grande orgoglio, una maglia azzurra degli anni trenta, che sul petto non ha il tricolore, entrato in vigore dopo il 1946, ma lo scudo sabaudo ed il fascio littorio, ed era stata indossata da Bruno Neri.  

Per i molti che non lo conoscono, Bruno è stato un calciatore, nato a Faenza il 12 ottobre 1910, che trascorse quasi tutta la carriera con la maglia viola della Fiorentina, con 187 presenze ed un goal, ma poi concluse la sua carriera al Torino, dove disputò 65 gare, anche qui con un goal al suo attivo. Ed ebbe anche l'onore di indossar la maglia azzurra, per ben quattro volte, convocato da quel Vittorio Pozzo, CT della Nazionale, ma anche cuore granata, che riconobbe in lui doti, calcistiche e morali, assai elevate.  

Finita la sua carriera agonistica, Neri tornò a Faenza, dove dopo l’otto settembre del 43, entrò a far parte di una formazione partigiana e il 10 luglio 1944, a Marradi, sull’Appennino tosco-emiliano, perse la vita durante uno scontro a fuoco con un reparto nazista.  

Oggi, Bruno Neri, viene considerato a buon diritto un eroe, non solo per la sua militanza partigiana e la sua morte in battaglia, ma anche perché, nel 1931, a Firenze, durante la cerimonia di inaugurazione dello stadio Artemio Franchi, all’epoca Giovanni Berta, fu l'unico a rifiutarsi di salutare romanamente, a braccio teso, le autorità.  

Allora, in un periodo dove tutti, per evitare problemi, si iscrivevano al PNF e salutavano romanamente lui andò controcorrente e tenne ostinatamente e coraggiosamente il braccio giù. 

Oggi, in un periodo dove tutti, per evitare problemi, si iscrivono alle legioni dei buonisti e si inginocchiano, sei giocatori della Nazionale italiana, prima della partita contro il Galles, sono andati controcorrente e sono rimasti ostinatamente e coraggiosamente in piedi.  

All’epoca Bruno Neri fu messo all’indice dai fascisti in camicia nera, oggi i sei sono stati messi all’indice dai “fascisti” in camicia arcobaleno o rossa, come preferite.  

Io, invece, mi sento di difendere il loro coraggioso gesto di libertà ed indipendenza, esattamente come difendo il gesto che fece di Bruno Neri un eroe  

E non mi dite che all’epoca la dittatura imponeva a suon di olio di ricino e manganello il suo pensiero, perché anche oggi la cosiddetta “intellighenzia” di sinistra impone il suo pensiero unico dominante, con l'ostracismo ed il disprezzo sociale verso chi non si omologa, chi non si genuflette, figuratamente e fisicamente, ai suoi diktat.  

E se mi dite che i giocatori della Nazionale rappresentano l'Italia, abbiate anche l’onestà intellettuale di ammettere che su questi temi, complessi e divisivi, non esiste UN Italia, come vorrebbe furbescamente far credere qualcuno, ma è in corso un ampio e sofferto dibattito sia sui temi dell’immigrazione, che dell’accoglienza, che dell’inclusione, che delle libertà di espressione sessuale, religiosa e verbale. 

E quindi io, ma sono in numerosa ed ottima compagnia, dico evviva gli spiriti liberi che, in ogni epoca e luogo, hanno avuto il coraggio di professare le loro idee, di andare controcorrente rispetto alla massa, che non sempre capisce dove sta andando, ma quasi sempre sa annusare il vento e cambiare repentinamente direzione, come in Italia, dove dopo il 25 aprile, i fascisti passarono da molti a nessuno.  

La storia, si sa, si ripete ciclicamente e agli oppressori, prima o poi, viene regolarmente presentato un salato conto.

Domenico Beccaria

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