Valle di Susa | 19 settembre 2021, 07:51

Alla corte di Adelaide, alla ricerca del personaggio diviso tra tenerezza e ragione di stato

Tra le vie di Susa, fino al Castello della Marchesa dell'anno Mille

Alla corte di Adelaide, alla ricerca del personaggio diviso tra tenerezza e ragione di stato

Il cielo limpido degli ultimi giorni di vacanza illumina Susa con una luce da cartolina, dall’alto disegna le linee inconfondibili della città.

Il Castello da sempre è stato centro e simbolo del potere, forse già da prima dell’arrivo dei Romani, ma ora è ricordato come il “Castello di Adelaide”, la Marchesa dell’anno Mille, nata e vissuta quando il titolo di Marchese era riservato agli uomini.

Scendo di corsa, tra turisti intenti a scattare foto, e ragazzini che sfrecciano in bicicletta. Scendo a cercarla, a cercare l’unico volto che conosco di questa donna potente, conosciuta eppure misteriosa.

Con gli occhi strizzati dal sole, entrando in San Giusto la penombra sembra oscurità densa d’incenso, poi pian piano tutto prende forma, e lei è lì, inginocchiata in preghiera, le mani alzate verso un Sacro a cui raccomandare tutto il suo mondo. Forse la statua di legno non mostra nemmeno le sue fattezze, ma è una raffigurazione di qualche Santa, poi attribuita ad Adelaide.

La nostra Contessa tecnicamente portava i titoli di Marchesa del Monferrato, Duchessa di Svevia e Margravia di Torino, ed era nipote di Arduino il Glabro che fece costruire il castello di Avigliana, quello stesso Arduinno ricordato nelle cronache per l’infruttuosa ascesa al Rocciamelone alla ricerca del tesoro del re Romuleo.

A 21 anni va in sposa, un matrimonio sontuoso teso a stringere i legami con una delle casate più importanti dello scenario europeo, ma nel giro di sette anni si ritroverà vedova per ben due volte, senza lasciare eredi e senza aver nemmeno avuto il tempo per conoscere veramente Ermanno di Svevia, morto di peste durante una campagna militare, né Enrico di Monferrato … Nelle stanze vuote del suo palazzo di Torino restano solo armi, titoli , e l’ininterrotto andirivieni dei messi , perché non ci si può permettere il pianto né il rimpianto, la ragione di Stato non si ferma, e a trent’anni Adelaide si prepara per le sue terze nozze.

Il suo ultimo sposo, Oddone figlio di Umberto Biancamano e Principe di Moriana, le dona il castello di Susa sferzato dal vento, e l’ispirazione a quella grandezza antica celebrata nell’Arco in marmo di Foresto che da sotto le sue finestre abbraccia la vetta del Rocciamelone . La nobile coppia metterà al mondo ben cinque eredi : Pietro, Amedeo, Berta, Adelaide e Oddone, ma pochi anni dopo la Morte tornerà a bussare alle porte del palazzo, con i figli ancora bambini da educare ed avviare ad una vita di alleanze, matrimoni strategici e territori da amministrare.

La figlia Berta va in sposa giovanissima all’Imperatore Enrico IV, e nemmeno per un attimo cerca di sfuggire agli oneri di queste nozze infelici, neppure quando l’Imperatore tenta di ripudiarla, allettato forse dalle prospettive di un più vantaggioso matrimonio . A Magonza viene indetto un concilio per decidere se autorizzare l’annullamento delle nozze, ma il teologo Pier Damiani si scaglia contro questo arbitrio, e impedisce il divorzio.

In effetti, il futuro Santo nutre un profondo affetto per la famiglia di Berta, tanto che nei suoi fitti carteggi con Adelaide la definisce “colei che nel petto di una donna racchiude un cuore di uomo”.

La “comitissa”non vorrebbe parteggiare per il suo arrogante genero, e non avrebbe mai voluto perdonarlo né riconoscerlo come parte della famiglia, ma quando viene colpito da scomunica acconsente ad accompagnarlo a Canossa per implorare a Papa Gregorio VII la revoca del provvedimento…

Ancora ora resta la locuzione “andare a Canossa” per esprimere un castigo umiliante, e tanto più brucia il disonore per Enrico, scortato da una donna che avrebbe tutti i motivi per lasciarlo cadere in rovina!

Invece, mossa a compassione dal dolore della figlia e dalla saggezza del suo padre spirituale, Adelaide riesce ad allontanare l’incubo della scomunica, e a mantenere stabile l’impero…

Riesco quasi ad immaginarla, con le labbra strette a trattenere i sentimenti, perché i Grandi non possono esprimere tutti moti del loro grande cuore, e gli occhi fissi lontano, oltre Torino, oltre le montagne della nostra splendida Valle, e più in alto ancora.

In alcune cronache benedettine è citata come “Beata Adelaide”, anche se in realtà non fu mai ufficialmente canonizzata, e , dalla sua morte nel 1091, riposa a Canischio in Valle Orco . Ma questo lo sa il vento, che soffia ovunque, per noi è semplicemente Adelaide di Susa.

Grazia Dosio

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Grazia Dosio

Ciao, sono Grazia, e le mie passioni sono camminare e raccontare.
Sono cresciuta a Vaie, in Valsusa, dove l’acqua è cristallina e sa di cielo, e perfino l’ombra, attraverso le fronde dei castagni, ha mille colori.
Quando ero piccola, i miei genitori e i miei nonni mi hanno insegnato a guardare e ad ascoltare, a godermi lo stupore della neve che si scioglie per lasciar comparire le primule, le fragole del bosco, le salamandre timide, i funghi e l’estate, le foglie che s’indorano, la brina leggera, la neve che torna...
Non lo sapevo, ma i racconti ascoltati germogliavano per essere raccontati ancora, e la laurea in Biologia mi ha regalato nuove chiavi per decifrare tutto quello che si muove intorno ai miei passi: le erbe, i boschi, gli animali…e le leggende.
La montagna, così vicina, è uno scrigno di storie, di case che avevano nomi, di sentieri che erano strade di umanità e di conoscenza: un passo dopo l’altro è sempre più forte la curiosità di sapere cosa sentivano, cosa cercavano, cosa fuggivano e in cosa credevano coloro che avevano costruito quelle mulattiere consumate.
Un passo dopo l’altro, mi sono accorta che voglio raccontare.
Ora ho 53 anni e un’abilitazione da guida naturalistica; vivo coi miei figli che cercano le loro strade, le loro cime da conquistare e i loro frutti da attendere e assaporare. Le nostre scoperte si intrecciano, la nostra casa ogni giorno è punto fermo e bivacco, ogni giorno è la nostra ricchezza.

I racconti del vento
La voce del vento, per noi valsusini, è la più familiare, suona in modo diverso attraverso il bosco o tra le vie strette del paese, si gonfia frusciando tra le foglie o cigola coi tronchi spogliati dall’autunno.
Fuori dalle strade trafficate, bastano pochi passi per scoprire le meraviglie infinitamente vicine, quelle che non avevamo mai guardato davvero, le storie che non conoscevamo, o che non ricordavamo più.
Bastano pochi passi per lasciarci alle spalle la noia e riscoprire quel qualcosa che da bambini ci faceva partire incuranti dei rovi e del fango, perché l’avventura era nei boschi dietro casa e nelle stelle cadenti, e la libertà era nella voce del vento...

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