Sala gremita e lunghi applausi alla Cavallerizza Reale di Torino per l’incontro con Gisèle Pelicot, intervistata da Annalena Benini.
Passata da vittima di violenza da parte del marito, Dominique Pelicot, a icona di una nuova ondata femminista, è stata ospite di un evento speciale del Salone del Libro per l’unica data di presentazione del suo libro “Un inno alla vita”.
“Nel libro racconto il percorso di tre donne. Ciascuna di loro è stata sempre capace di trovare la felicità e di vivere nonostante le difficoltà. Quelle tre donne sono mia mamma, mia nonna e io. È da mia mamma e mia nonna che ho ereditato la forza per non crollare. È un libro di speranza, è sempre possibile rialzarsi anche quando tutto è andato perduto. Io ne sono l’esempio vivente”.
La tragedia percorsa in 320 pagine
Nelle 320 pagine, Gisèle ripercorre tutta la tragedia vissuta, dall’amore per l’uomo che è diventato il suo aguzzino, fino al momento dell’arresto e al processo. Un racconto raggelante ma che invita alla rinascita nonostante tutto.
“Pensavo di aver condiviso 50 anni di vita matrimoniale felice, ma in realtà per dieci anni il signor Pelicot mi ha privato della mia indipendenza”. Usa il termine “signor” per definire l’uomo una volta marito, poi padre dei suoi figli, infine colui che le ha cambiato la vita per sempre.

“Era un uomo che non mi aveva mai fatto male, mai un colpo basso, mi sembrava di aver preso un treno in piena faccia. Quando dovetti raccontare ai miei tre figli quello che era successo ho pensato di sparire. Ma ho pensato che avrebbero perso la madre oltre al padre. Non potevo concedermi di crollare trovare questa forza in me per aiutare loro”.
Il processo con 51 imputati
Il processo che si è concluso nel 2024 e ha portato alla condanna di Dominique Pelicot e degli altri 51 imputati è stato uno dei più seguiti nella storia mediatica degli ultimi anni e si è tenuto a porte aperte per volontà della stessa Pelicot.

“Non è stata una decisione facile - ammette Gisèle-. Ci sono voluti quattro anni per ricostruire la mia vita, ma se non mi fossi opposta al processo a porte chiuse sarei rimasta imprigionata con quei 51 imputati che per me erano 51 boia. Il mondo non avrebbe saputo come erano andate le cose. La decisione l’ho presa per tutte le donne vittime di violenza che non osano denunciare. Non è la vittima che porta la responsabilità e che deve sentirsi in colpa. Erano gli imputati a dover provare vergogna non io”.
"Non indosso più i panni della vittima"
Durante il processo il confronto con gli imputati non è stato per nulla facile.
“Associavano lo stupro a un atto che avviene in un parcheggio,ritenevano che se il marito aveva dato il consenso non era stupro. Gli avvocati difendevano i clienti dicendo che non potevano sapere che gli spasmi del mio corpo erano di dolore non di piacere".
Ora Gisèle, ma anche la figlia Caroline che nel frattempo ha già cambiato il cognome con Daria, guarda avanti. Verso una nuova vita.
“I panni della vittima li ho indossati e oggi non voglio più. Non dico che sia facile, ma per me quello che è successo rappresenta una scommessa vinta: è possibile rinascere dalle proprie ceneri. Non dobbiamo dividerci tra uomini e donne. È possibile l’armonia reciproca. È una cosa che nasce con l’educazione. Amare ed essere amata è una grande forza”.








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