Stefano, Paolo e Filippo Robino, tre generazioni di fotografi, si raccontano attraverso il proprio lavoro in una mostra alla Reggia di Venaria Reale.
“Avevamo quest’idea di animare la Reggia con foto che di grandi fotografi e del loro rapporto con il territorio. L’interpretazione della Reggia ce l’abbiamo anche grazie ai fotografi che hanno riportato quello che c’era allora” spiega la direttrice, Chiara Teolato.
Dall'analogico al digitale
Un percorso che racconta il passaggio dalla fotografia analogica di Stefano, passando al digitale di Paolo fino alle reinterpretazioni contemporanee di Filippo. Tutto parte dal “capostipite” della famiglia di fotografi Stefano Robino, venuto a mancare nel 2017. “Stefano era un uomo semplice - spiegano i curatori Pierangelo Cavanna e Paolo Robino -, cui non importava della popolarità, eppure le sue foto sono state pubblicate su riviste come Life”.
85 stampe realizzate tra il 1948 e il 1970 che passano dai ritratti di famiglia alle immagini che raccontano le partenze dei migranti, fino ai lavori in piazza Castello. Presenti anche foto d’archivio di Stefano, mai esposte prima.
Si prosegue con 54 foto del figlio Paolo a partire dai primi anni ‘70, quando ha iniziato con lo studio di Andrea Bruno, fino ai Duemila ormai specializzato nelle foto di allestimenti museali. “Sono riuscito a scoprire un padre e un fotografo diverso con questa mostra - racconta Paolo -. Ho cominciato a fare fotografie a 13 anni per un concorso fotografico. Ricordo che mio padre mi diede la sua macchina Leica per farlo. Da lì mi sono entusiasmato. I primi anni imitavo quello che faceva lui, poi il confronto non era possibile. Poco per volta mi sono orientato verso un’altra fotografia, più ironica. Dopo la facoltà di architettura, andai a lavorare nello Studio di Andrea Bruno. Il professionismo è certo meno creativo, quindi mi sono mosso poi verso la fotografia d’arte, con allestimenti e mostre”.
La chiusura del cerchio
Chiude il cerchio, il nipote di Stefano, Filippo. Classe 1987, fondatore dell’azienda specializzata in effetti visivi per il cinema, con cui nel 2023 riceve la nomina per Migliri effetti visivi per il film Dampyr.
“Avevo due montagne come bagaglio - spiega Filippo -. Con mio nonno passavamo tanto tempo a giocare con l’arte, lavorare il legno i metalli, la fotografia. Non ci giudicava, ma ci supportava nel riuscire a trovare la nostra strada. Non riuscivo a trovare una quadra che fosse mia. Negli anni mi sono avvicinato al cinema, specializzandomi negativo effetti speciali digitali. Ho girato il mondo con questo mestiere e poi con il mio bagaglio ho deciso di rientrare e aprire la mia azienda la Alps Studios”.
Un’esperienza che ha messo a frutto per realizzare l’opera in mostra a Venaria, un corto di 12 minuti in cui le foto del nonno prendono vita grazie a un sapiente uso dell’intelligenza artificiale. “Invece di proporre i miei lavori ho deciso di prendere i lavori di mio nonno e rendere lui il direttore della fotografia del suo stesso documentario. Un documentario in cui si racconta la città di Torino, come si è evoluta dal dopo guerra al boom economico fino agli ultimi anni dove smette di fare fotografia e si è dedica alla pittura e ai suoi nipoti”.




















