Artissima è da sempre una delle rassegne più importanti per l’arte contemporanea in Italia, non senza richiamare gallerie di primo piano anche sulla scena internazionale. L’evento torinese però è anche un osservatorio sul rapporto tra arte e società. Le opere esposte, le scelte delle gallerie e le tendenze che emergono nel corso della manifestazione offrono elementi per capire non soltanto in quale direzione si muova la ricerca artistica, ma anche quali sensibilità attraversino il presente. Naturalmente, sarebbe semplicistico leggere ogni scelta degli artisti come il riflesso diretto di ciò che accade fuori dagli studi e dagli spazi espositivi. Eppure l’arte non nasce nel vuoto: risente del tempo in cui prende forma, ne registra le inquietudini, talvolta ne anticipa le domande. Anche per questo Artissima merita di essere osservata al di là della sua più immediata dimensione commerciale. A contare forse di più delle quotazioni e delle strategie delle gallerie, conta ciò che le opere raccontano del momento in cui viviamo.
La corsa al nuovo rallenta
Se la scorsa edizione aveva lasciato intravedere, almeno in alcune proposte, una certa forzatura nella ricerca del nuovo a tutti i costi, quest’anno l’impressione è diversa. La tensione verso la rottura e la provocazione, talvolta spinte fino a fare della sorpresa un obiettivo fine a se stesso, sembra lasciare spazio a uno sguardo rivolto piuttosto all’indietro. Questo non significa che la sperimentazione sia scomparsa, né che gli artisti abbiano rinunciato a interrogare il presente. Si avverte, piuttosto, una minore urgenza di dimostrare a ogni costo la propria originalità, come se la novità fosse diventata un obbligo da assolvere. Una battuta raccolta tra gli stand riassume bene questa sensazione: «Oggi l’ispirazione, il più delle volte, ti viene da quello che fanno gli altri». Forse chi l’ha detta intendeva segnalare un problema serio: in un mondo in cui le immagini circolano incessantemente e le opere sono sottoposte a un confronto immediato, e continuo, quanto è ancora possibile, per un artista, sottrarsi ai modelli dominanti e trovare una strada propria?
Quando il passato ritorna
Questo sguardo all’indietro riaffiora soprattutto nella rinnovata attenzione per le figure umane, per i paesaggi, per la natura: elementi che tornano a occupare uno spazio significativo attraverso forme nelle quali non è difficile riconoscere proprio evidenti richiami all’arte del passato. La lezione del Novecento, naturalmente, rimane ben presente. Le avanguardie e le successive ricerche hanno cambiato profondamente il modo di intendere l’opera, liberando gli artisti dal vincolo opprimente della tradizione. Proprio girando per gli stand di Artissima 2026 si nota però qualcosa di diverso rispetto all’edizione precedente: il riaffiorare potente cioè del passato, talvolta reinterpretato alla luce della sensibilità contemporanea e fatto oggetto di un’operazione di risignificazione, talaltra invece di una ripresa più diretta e per nulla intenta a celare l’utilizzo di linguaggi già ben sperimentati. Due tendenze il cui profilarsi lascia aperta una domanda: siamo di fronte a una nuova stagione di rilettura della tradizione oppure alla difficoltà di trovare strade che non siano già state percorse?
Un'ancora nei tempi di crisi
Nei momenti di crisi, quando le certezze si indeboliscono e il futuro diventa più difficile da immaginare, il passato può trasformarsi in una sorta di ancora di salvezza: un patrimonio di forme e immagini al quale aggrapparsi per continuare a essere creativi. Non sarebbe la prima volta che gli artisti cercano nella propria storia le risorse per poter contare su nuovi stimoli. Il rischio, naturalmente, è che il confronto si esaurisca nella ripetizione e che la memoria diventi un rifugio, anziché un punto di partenza. Guardare indietro non significa necessariamente rinunciare al futuro; molto dipende da ciò che si cerca nel passato e dall’uso che se ne fa. Le opere viste ad Artissima suggeriscono questa ambivalenza: da una parte il desiderio di trovare nuove forme, dall’altra il bisogno di ripartire da un terreno conosciuto. Forse è proprio qui il nodo della questione. In un tempo in cui sembra difficile sottrarsi a un flusso continuo di immagini e proposte, tornare a guardare ciò che è già stato fatto può aiutare a ritrovare una direzione. A patto, però, che per il passato non diventi un alibi per sottrarsi all’impegno della ricerca.













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