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Attualità | 26 aprile 2018, 15:48

Domani sera veglia per il lavoro dell'Arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia: "Guai a pensare che l'emergenza sia finita"

Il suo messaggio per il 1° Maggio: "Il lavoro che vogliamo libero, creativo, partecipativo e solidale”

Domani sera veglia per il lavoro dell'Arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia: "Guai a pensare che l'emergenza sia finita"

In preparazione della Festa del 1° Maggio (san Giuseppe Lavoratore), domani venerdì 27 aprile, alle ore 21, presso la parrocchia Ascensione del Signore, in via Bonfante 3, l'Arcivescovo di Torino, Mons. Cesare Nosiglia, presiede la Veglia per il mondo del lavoro dal titolo: “Il lavoro che vogliamo libero, creativo, partecipativo e solidale”.

"Nelle ultime settimane sono rimasto colpito e coinvolto dal riproporsi di situazioni di difficoltà di alcune grandi aziende del nostro territorio: centinaia di persone rischiano di perdere il loro posto di lavoro. E’ forte il rischio di trovarsi a vivere in solitudine queste situazioni, che minano la propria dignità e identità di persone e di lavoratori. In queste esperienze ho potuto apprendere, dalla viva voce dei lavoratori, la necessità di essere ascoltati e soprattutto di avere soggetti autorevoli e disponibili al dialogo costruttivo. Il mondo del lavoro vive ancora un periodo di fatica; se i dati macroeconomici continuano a confermare una timida ripresa, non dobbiamo pensare che l’emergenza lavorativa sia finita".

"In questo contesto pertanto rischiamo di veder prevalere la dimensione quantitativa del lavoro (disoccupazione), perdendo di vista un secondo ma altrettanto fondamentale aspetto: la dimensione qualitativa. Come oggi le persone vivono il proprio rapporto con il lavoro? È un’esperienza liberante o opprimente? I lavoratori hanno possibilità di sviluppare nuove forme di partecipazione nei luoghi di lavoro o sono costretti a moderne schiavitù? Come e quanto incide nell’organizzazione della vita personale e familiare? Senza una seria riflessione su questi termini si corre il rischio di perdere di vista la dimensione soggettiva e i valori che il mondo del lavoro produce per la persona umana".

"Insieme alle fatiche ci sono anche le realizzazioni e le esperienze positive. Da questi elementi serve ripartire per ragionare seriamente sul modello di sviluppo socio-economico da proporre e per riflettere su quale sia la vocazione specifica dell’area metropolitana torinese. Torino rimane una città industriale che ha saputo ripensarsi negli ultimi decenni, ma che alla luce delle nuove trasformazioni deve immaginarsi ancora come quel luogo capace di attrarre investimenti e di riportare la produzione manifatturiera nel proprio territorio".

"Pertanto, accanto a storie di fatica, conosciamo anche non poche esperienze di imprenditori che continuano a investire nella propria impresa in relazione al territorio in cui sono inseriti e alle persone che vi lavorano. In questi casi il profitto assume una dimensione autentica: mantenere un’ottima qualità dei prodotti e del lavoro umano per continuare ad investire nella crescita delle aziende. Una buona economia è fatta necessariamente di un buon sistema di imprese; papa Francesco infatti ci ricorda la distinzione tra speculatori e imprenditori. Ma una buona economia si inserisce dentro un ecosistema di relazioni che favorisce l’emergere del lavoro dignitoso e rispettoso della persona umana".

"La grande sfida del presente è avviare processi di dialogo autentico e di lavoro comune tra istituzioni pubbliche, imprese, sindacati e sistema educativo (formazione professionale, scuola, università) affinché il mondo del lavoro sia esperienza di valore per l’uomo e per la società. Compito della Chiesa, nelle sue molteplici forme, è valorizzare il positivo che emerge dalla storia quotidiana del mondo del lavoro. La denuncia delle situazioni di ingiustizia non basta se non viene accompagnata dalla costituzione di buone prassi che rendono il territorio qualcosa di animato e la storia delle imprese qualcosa di dignitoso e di bello. Dobbiamo culturalmente promuovere l’idea per cui il lavoro non abbia solo una funzione strumentale".

"Sappiamo, per esperienza quotidiana, che il lavoro, non è solo un mezzo per mantenersi economicamente, ma è dignità, è espressione delle proprie capacità e personalità, èpossibilità di contribuire al progresso materiale e spirituale della società (come ricorda l’art. 4 della Costituzione italiana). Per i credenti lavorare significa anche co-partecipare alla creazione e ri-creazione del Regno di Dio attraverso l’opera delle proprie mani, della mente e del cuore; inoltre non dimentichiamo mai che lo stesso Gesù ha lavorato in bottega con suo padre, san Giuseppe, per i primi 30 anni della sua vita".

"Ma quali sono i principali nodi da dover affrontare per garantire un futuro dignitoso all’esperienza del lavoro dentro la nostra società? In primo luogo la quarta rivoluzione industriale rappresenta una prospettiva assai positiva per il territorio torinese per ripensarsi a partire dalle proprie tradizioni e competenze. Si tratta di una sfida, che se sottovalutata, o ancor peggio ideologizzata, rischia di diventare, al contrario, un’occasione mancata o un pericoloso contrattempo. In questo cambio di paradigma la vera chiave interpretativa sarà data dalla centralità della persona umana e non dalla prevalenza del discorso tecnologico. Nel nuovo fenomeno di Industria 4.0. e della connessa rivoluzione digitale, sarà importante concentrarsi sempre sul fattore umano; pertanto sarà importante dare rilievo a tutte quelle esperienze che accresceranno le competenze delle persone. L’educazione sarà così il vero veicolo di integrazione nel nuovo mondo del lavoro".

"In secondo luogo, tra le priorità del nostro territorio, rimane la sfida di costruire percorsi che facilitano l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Nel nostro paese il patto generazionale, elemento centrale per la coesione di ogni società umana, rischia di venir meno proprio perché troppi sono i giovani senza lavoro, con occupazioni precarie e poco rispettose della dignità umana. L’esperienza avviata con il “Laboratorio metropolitano giovani e lavoro” vuole invece puntare sulle risorse e potenzialità di una generazione a cui bisogna dare fiducia e spazio".

"In terzo luogo serve ripartire dalla formazione e dall’accompagnamento ad autentiche vocazioni laicali che sappiano impegnarsi in ruoli di responsabilità nel mondo del lavoro, dell’economia e della politica. Ai laici spettano le responsabilità nelle realtà terrene; per far ciò nelle comunità cristiane bisogna tornare a parlare del mondo del lavoro, esprimere gesti di solidarietà e favorire, anche nelle giovani generazioni, quel desiderio di impegnarsi per abitare il mondo con passione, secondo criteri di giustizia, fraternità e amore per il prossimo".

"Infatti per vivere appieno da cristiani queste trasformazioni non è necessario contrapporsi ai cambiamenti che stanno avvenendo, ma candidarsi a governarli con responsabilità e dedizione".

r.g.

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