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Strade Aperte | 15 settembre 2019, 07:00

Porta Palazzo: la odi o la ami, ma per conoscere Torino devi perderti tra le facce, i colori e le storie del Balon

Il nostro racconto della "Torino migrante" non può che partire dal multietnico mercato più grande d'Europa. Dove la città mostra i suoi tanti volti e li rivolge tutti al resto del mondo, come una "strada aperta" verso le diversità

Porta Palazzo: la odi o la ami, ma per conoscere Torino devi perderti tra le facce, i colori e le storie del Balon

La rubrica “Strade Aperte” vuole raccontare la "Torino migrante", quella delle diverse comunità straniere presenti sul territorio. Per questo, il nostro racconto può partire soltanto da qui, dai banchi del mercato più grande d'Europa.

Un luogo che affascina per la sua ambiguità e le sue contraddizioni. Che divide ma allo stesso tempo unisce. Capace di trasformarsi e di accogliere le diversità, anche quando arrivano le signore dei “quartieri bene” per il Gran Balon della domenica. Insomma, la vera “strada aperta” di Torino verso il resto del mondo

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Io non ho mai messo piede al Balon e al mercato di Porta Palazzo e mai lo metterò!”, afferma un venditore di pezzi da ricambio di auto vintage, cinquantenne, originario di Torino. Ha il suo banco esclusivamente la domenica del Gran Balon e non vende la sua merce a chiunque passi. È in cerca del cliente “colto e altolocato”, dice. Il quartiere non gli piace e in questo momento è frustrato dall’entrata in crisi dell’antiquariato per far spazio al moderno. È costretto ad abbassare i prezzi, sperando che un buon intenditore passi di lì.

Il suo vicino di banco, un signore anziano in pensione, non si esprime. Anche lui esclusivo venditore della domenica, il suo pensiero è rivolto all’economia che non gira più come una volta.

Chi è un assiduo frequentatore del Balon e di Porta Palazzo nota facilmente come Borgo Dora prenda una forma totalmente differente la domenica del Gran Balon. Le stradine si popolano di banchi d’antiquariato ricercato, i prezzi aumentano notevolmente, signore dai lunghi cappotti e signori in giacca e cravatta vanno alla ricerca del pezzo vintage. Al Gran Balon si crea una linea di faglia tra i mercanti abituali anche del sabato, posizionati in Via Mameli e in Via Borgo Dora, e gli esclusivi della domenica, che si distribuiscono nella zona del Cortile del Maglio.

Dopo aver assaggiato un pizzico di amarezza degli esclusivi della domenica, andando verso via Mameli, incontriamo Gino, un pasticcere sulla sessantina, “figlio di Piazza della Repubblica”, si definisce.

Porta Palazzo è il cuore pulsante della città, è l’ombelico”. Cresciuto nella zona fin da piccolo, ha vissuto il cambiamento avvenuto negli anni Novanta con l’arrivo delle migrazioni dal Medio Oriente e dall’Est Europa. Il suo giudizio nei confronti della multiculturalità? “Questo è molto bello. Non conosco città che possiedono tanta ricchezza. Forse, l’unica che concorre con Torino è Istanbul! Porta Palazzo è una amalgama di culture, un grande paese”. Gino possiede anche un banco nel mercato coperto ed è stato l’unico ad assumere una donna immigrata. Vive serenamente le diversità e le apprezza, nonostante lamenti la carenza di controlli e sostegno alla persona da parte delle istituzioni.

Continuando su Via Mameli si incontra Moussa, un ragazzo senegalese sulla quarantina che vive a Torino da parecchi anni. Arrivato a Porta Nuova da solo, in poco tempo ha imparato la lingua e ha creato la sua rete di contatti per addentrarsi nel mondo del lavoro da mercante, vendendo prodotti d’artigianato del suo Paese d’origine. Della sua esperienza in questa città possiede racconti molto positivi che lo rendono tutt’oggi felice, nonostante non siano venuti a mancare episodi di razzismo e sospetto nei suoi confronti: “per alcune persone, che tu sia arrivato oggi o cento anni fa, non cambia nulla. Ti trattano sempre da straniero”.

Federico ha trent’anni ed è nato a Torino. Storico cliente del Balon da quando era molto piccolo e da qualche anno venditore di abiti vintage di seconda mano, racconta di come ha percepito l’arrivo dell’immigrazione nella zona: “con gli occhi di un bambino di dieci anni tutto questo era molto divertente perché vedevo per la prima volta il cibo etnico come il Kebab e i nuovi giochini provenienti dalla Cina”, ma “per le persone anziane questo faceva paura, senza considerare che rispetto a prima degli anni Novanta non fosse cambiato nulla”. Federico nota come negli anni il quartiere sia notevolmente cambiato e che il Balon sia ormai frequentato dai più giovani amanti della novità, sia materiale che culturale.

È così che si delimitano due correnti di pensiero: i ricercatori entusiasmati del qualsiasi e i diffidenti nei confronti di chi proviene da altrove, ma per questi ultimi Porta Palazzo è forse ancora un mondo da scoprire.

Giulia Amodeo

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