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Cultura e spettacoli | 16 novembre 2019, 10:42

"A dodici anni ho iniziato a portare il velo di nascosto per ribellarmi ai pregiudizi sulle donne musulmane"

Ospite a Torino al museo del Mao, Takoua Ben Mohamed racconta come la sua passione per il fumetto è diventata uno strumento d’informazione e di lotta contro l’intolleranza nei confronti dei musulmani

"A dodici anni ho iniziato a portare il velo di nascosto per ribellarmi ai pregiudizi sulle donne musulmane"

Aveva gli occhi di una bambina, Takoua Ben Mohamed, oggi fumettista e graphic-journalist di 28 anni di origine tunisina, quando il tragico evento dell’11 settembre 2001 ha generato un cambiamento d’opinione tra la gente nei confronti dei musulmani.

Trasferita con la famiglia in Italia, a Valmontone, nel 1999 per ricongiungersi al padre, insegnante attivista politico esiliato dalla democrazia di Ben Ali, inizia a fare volontariato umanitario e sociale. Conosce ambienti, situazioni, storie critiche e i telegiornali parlavano di bambini massacrati durante le guerre: tutto questo per lei non era possibile, né tollerabile. I primi fumetti erano disegnati su carta e toccavano temi sensibili quali i diritti all’infanzia, le migrazioni, le discriminazioni razziali. Ha iniziato a diffonderli durante degli eventi a cui prendevano parte persone importanti ed è stata notata. Ha aperto il suo blog, poi la diffusione tramite Facebook e, infine, il successo editoriale.

La scorsa settimana, Anzaar, il collettivo studentesco dell’Università di Torino, ha invitato la fumettista a partecipare al seminario “Sguardi dal Mediterraneo”, rendendo disponibili alcuni dei suoi lavori nella palazzina Aldo Moro.

Non solo una passione: vissuti e riflessioni

Quella di Takoua non è solo una passione, ma un vero e proprio strumento d’informazione e di supporto alle donne musulmane che vivono spesso le sue stesse dinamiche attraverso l’auto-ironia: “Rispondere a un insulto con un altro insulto è il modo peggiore per aumentare e irrigidire un preconcetto. Io provo a far sentire la mia voce, portando la persona che mi insulta ad aprirsi alla conoscenza”.

Takoua è la più piccola della famiglia, le sue sorelle hanno dieci e otto anni più di lei. In concomitanza con l’attentato dell’11 settembre, hanno iniziato a portare il velo. Negli stessi anni, la famiglia ha lasciato la realtà piccola e accogliente di Valmontone per andare a vivere nella capitale. A Valmontone tutti si conoscevano, portare il velo assumeva una valenza culturale e religiosa e l’opinione pubblica era tendenzialmente più indirizzata alla curiosità.

A Roma, il quotidiano e le relazioni sociali sono mutati e gli sguardi assumevano un aspetto di insicurezza e pregiudizi negativi nei confronti della famiglia di Takoua. Tra vicini di casa non ci si conosceva e non sono mancati episodi in cui alcuni condomini hanno chiamato la polizia perché temevano che fossero dei terroristi.

Aldilà di questi aspetti negativi, a pesare maggiormente sul cambiamento di ambienti era la scarsa indifferenza diffusa nella metropoli, tant’è che anche a scuola i professori non avevano alcun interesse ed è arrivata a definirsi “la ragazzina invisibile”.

Pregiudizi e pregiudizi all’incontrario: cosa vuol dire portare il velo?

Il velo è uno dei temi cardine dell’artista. Alcuni dei suoi lavori, disponibili online sul blog personale, raccontano di piccole realtà quotidiane, spesso ambientate nelle stazioni metro e autobus. Questi sono i luoghi in cui maggiormente si ha modo di venire a contatto con gli occhi puntati della gente, con espressioni razziste e, delle volte, con il presupposto di essere un bersaglio sociale di pregiudizi. Da questo ultimo aspetto, Takoua ha scritto il suo “Pregiudizio all’incontrario” in cui lei, seduta alla fermata del bus mentre leggeva un libro, nota che un ragazzo lì presente la osservava da tempo.

La sua mente ha prodotto pensieri negativi riguardo a ciò che lui stesse pensando di lei e quello sguardo la infastidiva. Alla fine, il ragazzo interviene chiedendole il nome del libro che stesse leggendo, perché era da un po’ che cercava di capire, ma non riusciva a vedere.

Scherza su bombe (al cioccolato) e sulle sveglie della preghiera che suonano in autobus pronunciando “Allahu-Akbar”, disegnando espressioni sbalordite e intimorite di chi, accidentalmente, si trova accanto ad una persona pericolosa come lei. Nonostante l’ironia pungente e divertente, questo è ciò che quotidianamente subisce una donna con il velo. La pericolosità della ragazza è la sua matita che mostra la verità dell’ignoranza predominante.

Spugne dei media: la ribellione del velo all’insaputa dei suoi genitori e una prospettiva futura positiva dell’opinione pubblica

A dodici anni, il primo giorno di scuola media, appena esce di casa si mette il velo di nascosto. Qualche giorno prima aveva chiesto al padre cosa ne pensasse del suo desiderio di indossare il velo. La reazione del genitore è stata negativa per tre motivi: uno, era troppo piccola; due, non sapeva cosa volesse dire quel gesto a livello simbolico; tre, non sapeva a cosa sarebbe andata incontro. Proprio questo terzo punto le interessava perché voleva sapere cosa sarebbe successo per poter provare sulla sua pelle le stesse sensazioni e le stesse dinamiche vissute dalle sue sorelle maggiori.

Il primo giorno di scuola un suo compagno le disse “Talebana terrorista!” e lei rispose “Ma cosa vuol dire?”. Il ragazzino non sapeva cosa volesse dire quell’espressione, ma l’aveva sentita dire in giro. “A quell’età i bambini sono come spugne”, sostiene. Takoua non ha più tolto il velo e ogni giorno il significato che dà a quel simbolo muta. Ha una valenza personale che va oltre l’aspetto culturale e religioso.

Nonostante la preoccupazione nei confronti dell’aspra opinione pubblica sia forte, soprattutto in seguito agli attentati di Parigi, Takoua ha notato che, dal 2001 ad oggi, le persone siano più consapevoli delle diversità e molti tendono ad andare oltre ciò che i media propinano in maniera errata. Una società ancora forte di paure e timori nei confronti delle culture altre, ma i presupposti per un cambiamento positivo sono già in atto e la giusta informazione, l’apertura al dialogo e la riflessione sono ciò che Takoua continua a diffondere con la sua arte a matita.

Non esistono due culture che non hanno niente in comune, è proprio sui punti in comune che dobbiamo lavorare per costruire il dialogo e la convivenza”.

Giulia Amodeo

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