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Economia e lavoro | 10 luglio 2020, 07:35

Il calendario nemico delle pmi torinesi: per il Covid, ordini solo per un mese. Alberto: "Il tempo degli annunci è ampiamente scaduto"

Si rinforza il rischio di registrare molte chiusure in autunno. "Spostare le scadenze va bene, ma si deve anche dare una spinta al mercato interno, con attenzione soprattutto per l'automotive"

Il calendario nemico delle pmi torinesi: per il Covid, ordini solo per un mese. Alberto: "Il tempo degli annunci è ampiamente scaduto"

Un solo mese. Non è il conto alla rovescia in vista delle ferie: è l'ultimo orizzonte conosciuto per le piccole e medie imprese torinesi. Lo rivela l'ultima indagine di Api Torino, con numeri che non lasciano spazio a interpretazioni. Come conferma il presidente, Corrado Alberto: "Il tempo degli annunci è ampiamente scaduto".

Sono infatti oltre il 50% gli imprenditori di piccole o medie dimensioni che prevedono ulteriori peggioramenti nei mesi futuri. Dunque, l'autunno potrebbe portare con sé insieme alle temperature più fresche anche una decisa gelata per quanto riguarda le attività ancora presenti sul territorio. La chiusura è più di un'ipotesi.

“Quanto emerso dalla nostra ricerca – sottolinea Alberto -, dimostra non solo l’effetto pesante del Covid-19, ma soprattutto quanto occorra fare di più dal punto di vista degli strumenti messi a disposizione delle imprese per ripartire. E’ necessario, in particolare, non solo spostare in avanti scadenze e impegni fiscali-tributari, ma impostare una sorta di contabilità-Covid che preveda una forte iniezione di liquidità, una spinta al mercato interno, sostegni per le esportazioni, una attenzione verso settori strategici come quelli delle grandi opere e dell’automotive. Accanto a tutto questo, è importante una decisa azione di snellimento della burocrazia. Certo, alcune cose sono state intraprese, altre sono state per ora solo annunciate. Le istituzioni devono comunque rendersi conto che il tempo degli annunci è ampiamente scaduto”. 

“L’autunno è dietro l’angolo - conclude - e, oltre al rischio di una ripresa dei contagi, quello che potrebbe accadere è un’ondata di chiusure di aziende che, soprattutto per le pmi, significherebbe non solo disoccupazione ma anche la perdita di saperi produttivi difficilmente recuperabili. E l’Italia, ricordiamocelo, ha proprio nelle pmi il suo asse produttivo più importante”. 

Le previsioni per la seconda metà del 2020

“Complessivamente – dice il direttore dell’Ufficio Studi di Api Torino, Fabio Schena -, tra gli imprenditori torinesi prevale il pessimismo (66,4% del campione), anche tra coloro che prevedono una parziale ripartenza già nei prossimi mesi (il saldo ottimisti-pessimisti crolla a -46,6%). Contribuisce ad alimentare l’incertezza la ridottissima durata del portafoglio ordini finora raccolti che, per oltre il 60% delle imprese, non supera 30 giorni”.

A preoccupare, in particolare, “è la previsione di tempi di recupero troppo lunghi, con effetti che potrebbero essere decisivi, in negativo, sullo stato di liquidità di molte imprese”. E se da un lato la maggioranza degli imprenditori giudica insufficiente quanto messo in campo dal Governo, nel 50% dei casi gli imprenditori prevedono un ulteriore aggravio delle performance aziendali, mentre secondo un imprenditore su 5 “il peggio potrebbe essere passato” o, perlomeno, è attesa nei prossimi mesi una “ripresa” dei livelli di ordinativi e fatturato (saldi previsionali su ordini e fatturato pari a circa -28%).

In effetti, seppure con il graduale riavvio delle attività economiche, alcuni settori già nei mesi di maggio e giugno hanno registrato una parziale “ripartenza” degli indicatori economici congiunturali, ciò è avvenuto con un esiguo impiego del personale dipendente e sopraggiunti costi in attuazione dei Protocolli di Sicurezza in azienda.

Il bilancio della prima metà dell'anno
Nel primo semestre 2020 circa l’80% delle imprese ha registrato un calo, nella maggior parte dei casi “vertiginoso”, degli ordinativi e del fatturato, segnando rispettivamente saldi negativi pari a -69.3% e -75.4%, ai medesimi livelli registrati durante la crisi finanziaria del 2009. Con riferimento alle imprese maggiormente presenti sui mercati esteri, in particolare oltre l’Europa, la contrazione del fatturato è stata significativa, ma meno diffusa (saldo fatturato negativo, pari a -46.9%).

Il massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali, richiesti dall’83.2% delle imprese, e il blocco dei licenziamenti hanno contenuto le ripercussioni sul fronte occupazionale, che tuttavia non è rimasto indenne dalla crisi: le nuove assunzioni riguardano meno del 5% delle imprese.

I piani di investimenti hanno avuto una forte frenata e sono previsti ulteriormente al ribasso per la seconda parte dell’anno (31.2%).

Assieme alle attività commerciali, turistiche e di ristorazione, il settore manifatturiero (che rappresenta il 60.2% del campione intervistato) è stato fin da subito gravemente danneggiato. I livelli di produzione sono diminuiti per l’84.8% delle imprese manifatturiere. In particolare, pesa su una parte significativa dell’economia locale (produttiva e di servizi) la condizione in cui permane il settore dell’automotive.

Massimiliano Sciullo

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