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Attualità | 28 dicembre 2020, 06:50

Luci ed ombre del V-Day

OsservaTorino, un punto di vista su cosa accade in città fornito da Domenico Beccaria. L'argomento di oggi? Il V-Day

Domenico Beccaria parla del V-Day

Domenico Beccaria

Squilli di trombe e rulli di tamburi, bandiere al vento, inizia la campagna vaccinale. Il V-Day, dove V sta per Vaccino, ma sottintende anche Vittoria, quella tanto auspicata e lungamente attesa sul maledetto virus cinese e sperando che non sfoci mai nel Vaffa di grillina memoria. 

Mamma Europa ha pensato a tutti i suoi figli e con la sperimentata tecnica dell'acquisto collettivo e successiva suddivisione, ha ottenuto a prezzo di favore il prodotto di Pfizer, cui seguiranno gli altri e ha deciso per una spettacolare partenza “tutti insieme appassionatamente”, lo stesso giorno, a favore di telecamere e taccuini. 

Già dal calcio d'inizio, però, si capisce che ci sono figli prediletti e “figli della serva”. 

Alla Germania sono state riservate 150.000 dosi, all’Italia ne sono avanzate 9.750, quindi o la popolazione tedesca è quindici volte abbondanti quella italiana, oppure i conti non tornano (buona la seconda). 

Ma pazienza, frau Merkel, ben si sa, ha tutt'altro peso specifico di Giuseppi e mica possiamo pretendere chissà cosa. Anche con i tempi biblici della burocrazia sanitaria italiana, per quando i teutonici varcheranno il Brennero per ritemprarsi sulle spiagge del Bel Paese, dopo un anno di forzata assenza, il gregge italico sarà o immune o vaccinato e tanto basta. 

Fior di scienziati, si sono prestati come testimonial della campagna “oro alla Patria” ah no, #iomivaccino, bicipite più o meno muscoloso e scolpito a favore di camera, a sottolineare il dovere vaccinale, per favorire le mirabili sorti e progressive della Nazione. 

Poco importa se, lontano dai microfoni, qualcuno osa addurre dubbi ed una non trascurabile fetta di personale medico e paramendico avanza riserve su un prodotto la cui fase di sperimentazione ha preso tutte le scorciatoie possibili ed immaginabili, ottenendo in tempi record tutti gli imprimatur burocratico scientifici del caso. 

Qualcuno, anzi, già ipotizza l’obbligatorietà del vaccino, o magari un patentino che identifichi i vaccinati, distinguendoli dai non vaccinati, da cui stare alla larga. Una sorta di campanello al piede di questi moderni monatti, senza voler arrivare ai vergognosi marchi cuciti sugli abiti, dove una V andrebbe a sostituirsi alla stella, per indicare al pubblico ludibrio i non vaccinati. 

A scanso di equivoci, sia ben chiaro che io non sono nè un negazionista nè un No Vax. In gioventù i miei genitori mi hanno fatto fare tutti i vaccini previsti per legge e lo stesso ho fatto io con mio figlio. 

Diciamo che, avendo la fortuna di non fare un mestiere di prima linea, perché come diceva l'immenso Montanelli, “il mestiere del giornalista è sempre meglio che lavorare”, posso tranquillamente attendere che chi veramente è esposto ai rischi, detto con molto cinismo ma altrettanto realismo, faccia da cavia al posto mio e mi consenta di vaccinarmi a cuor leggero, il giorno in cui ci saranno chiare ed inoppugnabili evidenze scientifiche che il vaccino è assolutamente efficace e sicuro, privo di effetti collaterali, cosa che oggi non è ancora e come invece dovrebbe essere per tutti fin dall'inizio, se vivessimo in un mondo giusto e normale. 

E allora sotto a chi tocca e, parafrasando Brecht, “beati i popoli che non hanno bisogno di cavie”. 

Domenico Beccaria

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