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OsservaTorino | 29 gennaio 2021, 07:00

Cara Chiara ti scrivo

OsservaTorino, un punto di vista su cosa accade in città fornito da Domenico Beccaria. L'argomento di oggi? La condanna della sindaca Appendino per i fatti di piazza San Carlo

Domenico Beccaria

Domenico Beccaria commenta la condanna della sindaca Appendino per i fatti di piazza San Carlo

Ricordo chiaramente quei giorni di fine primavera del 2017.

D’altronde non capita tutti i giorni di inaugurare il Filadelfia, anzi, se non fosse che noi del Toro siamo speciali e lo abbiamo fatto due volte a distanza di novantuno anni, potremmo tranquillamente dire che capita una volta nella vita.

Ci sarebbe piaciuto concludere le celebrazioni, spalmate su più giornate, a partire dal 24, con un prologo, con uno spettacolo pirotecnico al Filadelfia, aperto al pubblico, dopo la partita serale contro il Sassuolo del 28 maggio. La secca risposta degli enti competenti, quegli stessi che hanno ricevuto oggi una condanna in primo grado, giusto precisarlo, per i fatti di piazza San Carlo, fu negativa: motivi di ordine pubblico.

“Potrebbero esserci scontri tra i tifosi granata e quelli bianconeri, che festeggiano lo scudetto”.

Se non fosse tragico, alla luce dei luttuosi fatti dì quattro giorni dopo, sarebbe da ridere. In centro non c’era nemmeno un tifoso bianconero, un po’ perché era il sesto scudetto di fila che vincevano e la cosa gli era già venuta a noia, un po’ perché contavano di festeggiarlo insieme alla vittoria in Champions pochi giorni dopo.

Io, questa risposta con queste argomentazioni, non l’ho ancora digerita adesso e come me, credo molti altri granata.

Ora, tre anni e mezzo dopo, questa sentenza, che ricordo a tutti e ribadisco, è di primo grado, quindi appellabile, non definitiva, ci porta a fare un po’ di riflessioni e considerazioni.

In primis, perché una società di calcio proprietaria di un impianto moderno e sicuro, in cui poteva installare dei maxi schermi, poteva regolare la quantità del flusso di tifosi (quarantamila, mica noccioline) metterli seduti, al riparo da eventuali acquazzoni estivi, con servizi igienici a disposizione, ma soprattutto dove poteva controllare la loro sicurezza con le rituali perquisizioni ai tornelli, e magari far pagare loro un biglietto di accesso, sicuramente avere l’esclusiva della vendita di cibi e bevande e realizzando quindi un cospicuo guadagno, ha preferito chiedere l’utilizzo di un’area pubblica, una piazza, e che piazza; il Salotto buono di Torino, piazza San Carlo, così bella, preziosa, ma anche così delicata da aver spinto alla sua pedonalizzazione?

E vivaddio perché, alla luce di tutte queste succitate considerazioni, che se sono venute in mente a me, avrebbero potuto, anzi, dovuto, venire in mente anche a chi di mestiere si occupa di questo, è stata loro concessa, con così grande leggerezza, faciloneria si direbbe quasi?

Lascio ai vecchi torinesi navigati, che a questo punto della lettura stanno ridacchiando sotto i baffi, donne comprese, la difficilissima risposta ed io proseguo con le considerazioni.

Questa sentenza va a colpire, tra gli altri, Chiara Appendino, sindaca (come piace a lei) della Città di Torino, accusata di omicidio, lesioni e disastro colposi.

Per onestà intellettuale, faccio qualche precisazione: ho conosciuto, seppur di sfuggita, Appendino prima che diventasse sindaca, nel periodo tra il primo voto ed il ballottaggio che poi la incoronò prima cittadina. Non condivido nemmeno una delle sue idee politiche e lei lo sa, ma nei miei confronti si è sempre posta con gentilezza e cordialità. Credo che ritenerla colpevole di questa tragedia, sia una aberrazione legale e giudiziaria. Non è pensabile che in una città popolosa e complessa come Torino, il sindaco segua personalmente tutto. Ma lo sapete che, secondo il regolamento comunale, le colonie feline sul territorio cittadino, sono sotto la diretta responsabilità del sindaco? Ma ce lo vediamo il Chiamparino, il Fassino, la Appendino di turno, che la mattina, prima di andare a Palazzo di Città, fa il giro a dare patè e crocchette ai gatti?

Siamo seri. Eppure Chiara dovrà ricorrere e sperare, per evitare di avere in futuro una condanna definitiva.

Ma proseguiamo con le considerazioni. Secondo le Tavole della Legge che Grillo ricevette quando scese dal Turchino, o forse dai Giovi, per andare alla conquista di Roma, sta anche scritto che un politico inquisito, o peggio, condannato anche solo in primo grado, deve dimettersi.

Non furbescamente dimettersi dal partito, per evitare questi incresciosi imbarazzi, ma dalla carica che, proprio grazie ad essere organica a questo partito, ha ottenuto.

E allora, Chiara, che fai ora che l’amaro calice che il tuo Guru, il tuo Movimento , ha creato e fatto degustare a politici di ogni parte, viene accostato alle tue labbra? I soliti vecchi torinesi navigati, ma non solo torinesi, che prima stavano ridacchiando sotto i baffi, donne comprese, leggendo ora stanno ridendo fragorosamente.

Sempre per onestà intellettuale, e forse anche per quella simpatia epidermica che ho nei tuoi confronti, anche se non condivido nemmeno una delle tue idee politiche, invece, ti dico resta dove sei, non ti dimettere. Perché nei Paesi civili, e l’Italia a tratti lo è anche, fino a sentenza definitiva, si è innocenti e si ha diritto ad essere considerati tali.

Ma decidetevi a capire ed a fare ammenda del vostro giustizialismo irragionevole, che ha pesato sulle vite, politiche e personali, di innocenti dimostratisi poi tali. Decidetevi ad applicare agli altri lo stesso metro di giudizio che vorreste fosse applicato a voi.

Ultima considerazione, che esce dal perimetro della cinta daziaria per arrivare ai confini del nostro Bel Paese, è che non necessariamente un partito o movimento politico che va bene per fare opposizione, abbia automaticamente le qualità per governare, solo perché in uno slancio di entusiasmo gli elettori, molti dei quali amaramente pentitisi, gli hanno dato i numeri per farlo.

Andare a raccattare “responsabili” o presunti tali, il cui compito principale è far terminare la legislatura a persone che contando sulla permanenza a Palazzo, quello stesso esecrato Palazzo dei primi tempi del movimento, hanno acceso un mutuo casa o giù di lì e senza la permanenza nell’aborrita Casta, con annesso stipendio da deputato o senatore non saprebbero come far fronte alle rate, non è nel supremo interesse del Paese, ma del loro meschino tornaconto personale.

E qui mi fermo, perché i vecchi torinesi navigati, ma non solo, che dal ridacchiare sotto i baffi, donne comprese, sono passati alla fragorosa risata, adesso stanno piangendo, per i morsi della crisi sanitaria ed economica.

Domenico Beccaria

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