Che tutto corra e tutti abbiano una gran fretta è ormai risaputo. A partire dal cibo e a finire coi viaggi, requisito essenziale è appunto la velocità con la quale si possa ottenere, vivere e sperimentare l'oggetto del desiderio. Chiaramente, così come un pilota di Formula 1 non ha né tempo né modo di soffermare lo sguardo sui dettagli del paesaggio dentro cui sfreccia, chi decide con le proprie scelte quotidiane di sostenere un sistema commerciale sempre più fast, non potrà aspettarsi dai suoi acquisti quegli “optional” che ne farebbero prodotti di qualità: attenzione, ingegno, artigianalità, cura e precisione, materie prime durature e sostenibili, originalità.
Quest'oggi, dopo ore passate a documentarmi e una serie di riflessioni personali, voglio soffermarmi su uno dei tanti contesti fast, la moda.
Siamo ad agosto e si sa, in estate la voglia di colore e varietà aumenta: è naturale voler “vestire” i connotati della stagione in corso, soprattutto se luminosa e vibrante. Ed ecco che l'acquisto di capi di abbigliamento freschi e leggeri diventa talmente facile da spingerci a comprare ad occhi chiusi, quasi senza pensare: istintivamente. Con la bramosia di un accumulatore compulsivo, tiriamo fuori il portafoglio (o il cellulare) e portiamo nelle nostre case tonnellate di stoffa di dubbia provenienza, dubbia lavorazione e, di sicuro, dubbia utilità. Aggiungiamo prezzi ridicolmente bassi ed app talmente attraenti che sembrano urlare “scegli me!” e voilà: il gioco è fatto.
Da tempo e da ogni fronte, ormai, arriva l'invito a limitare la nostra impronta ecologica sul mondo, talmente sfruttato da non essere più in grado di soddisfare la continua domanda di “cose”; mangiare meno carne, prediligendo cibi vegetali e possibilmente a Km 0 (ne parleremo presto!), abbandonare i carburanti fossili in favore dell'elettrico, scegliere di alimentare le utenze domestiche – quando possibile – con energie rinnovabili e pulite... Eppure, nel settore Fashion, questa nuova coscienza collettiva stenta a decollare. Perché? La mia personale (e confutabile) opinione è che i vestiti si leghino talmente stretti al concetto di identità, all'umore e all'immagine che desideriamo trasmettere agli altri, da risultare non solo oggetti bensì bisogni primari, al pari di cibo e sonno. “L'apparenza inganna” ma fa le presentazioni: che ci piaccia o no, vale per tutti – quantomeno all'inizio!
Tuttavia, è davvero importante lanciare un focus che ci aiuti a comprendere meglio cosa si cela dietro al mondo della Fast Fashion; le ripercussioni di quest'industria scellerata ricadono ogni giorno su di noi: in termini umani e ambientali, soprattutto. Non esserne ignari potrebbe essere il primo passo verso il cambiamento. Il pubblicitario Earnest Elmo Calkins, già nel 1800, affermava che qualsiasi prodotto può essere diviso in due categorie - ciò che si usa e ciò che si consuma - come si fa con le gomme da masticare o le sigarette. Il consumismo è proprio questo: far sì che le persone trattino le cose che usano come quelle che consumano. Lo stesso vale per i vestiti.
Ho pensato di riassumere i principali scogli (per non dire drammi) su cui “sbatte” chiunque desideri far luce sul business moderno del tessile, in modo da facilitarne scelte e abitudini più etiche:
Diminuzione delle risorse naturali; l’industria della moda è quasi completamente dipendente dall’utilizzo di combustibili fossili e dalla necessaria manodopera. Un esempio? La produzione di un singolo paio di jeans può arrivare a svilupparsi su 4 continenti, per un totale di 65.000 Km di trasporti!
Schiavitù moderna; milioni di donne e bambini vengono sistematicamente sfruttati se non addirittura torturati, privati dei più basilari bisogni. Un altro esempio? Nella regione del Guandong (Cina), le giovani donne lavorano in media ogni mese fino a 150 ore di straordinario; il 60% di loro non ha un contratto e il 90% non ha accesso ai servizi sanitari. In Bangladesh, invece, i lavoratori tessili hanno sì un contratto ma inferiore alla metà del salario mensile minimo: appena 44 dollari (fonte: Fashion Revolution).
Inquinamento delle risorse idriche; il 20% dell’inquinamento delle risorse idriche mondiali dipende dall’industria della moda. A proposito, sapete quanti litri d'acqua servono per produrre una semplice T-shirt? 2700 – circa 23 vasche da bagno riempite fino all'orlo.
Pesticidi; il settore tessile è responsabile per un ulteriore 20% delle emissioni di gas nocivi nell'atmosfera. Non solo, ¼ dei pesticidi prodotti nel mondo si utilizza per la coltivazione della fibra di cotone.
Sfruttamento del suolo; la moda è direttamente collegata allo sfruttamento della terra e al conseguente processo di distruzione della biodiversità.
Cambiamenti climatici; se pensiamo non possa andare peggio di così, ci sbagliamo: si prevede che le emissioni di CO2 prodotte dall’industria della moda aumenteranno del 60% nei prossimi 12 anni.
Consumismo e sprechi; rispetto a 20 anni fa, in percentuale, l'acquisto di indumenti è aumentato del 400%. Abiti più economici, di scarsa qualità e conservati per brevissimi periodi, giusto il tempo di attendere la nuova collezione. Il risultato? Montagne e montagne di rifiuti: non riciclabili, tossici e inutili (fonte: Centre for Sustainable Fashion).
L'informazione non manca: sono sempre più numerose le associazioni ambientaliste che si occupano di documentare i danni dell'industria tessile e promuovere comportamenti virtuosi, rispettosi del nostro pianeta ormai allo strenuo. Non scordiamo mai il ruolo chiave del consumatore sulla scacchiera del capitalismo: il successo o l'insuccesso di una politica commerciale dipendono dal suo gradimento e dalla decisione di acquistare o meno un prodotto. Mai quanto oggi, è richiesto da parte nostra di mostrare attenzione e saggezza nelle piccole e grandi scelte quotidiane.
In merito all'abbigliamento, giusto qualche consiglio finale: “esploriamo” l'armadio prima di ogni acquisto, per essere davvero sicuri che quell'abito ci serva; optiamo per capi di seconda mano e ridiamo loro una nuova vita, se ancora in buone condizioni; informiamoci sulle politiche aziendali dei nostri brand preferiti, per accertarci del loro impatto su ambiente e lavoratori; facciamo il possibile per preservare la qualità dei vestiti, trattando i filati nel modo corretto e prolungandone la durabilità; ripetiamo a noi stessi quanto l'abbigliamento aiuti ma non detti la nostra identità – non permettiamo a un team creativo qualsiasi di imporci cosa indossare (il loro scopo è farci spendere, non renderci felici); scegliamo produttori etici e sostenibili, in possesso delle certificazioni tessili; sensibilizziamo a nostra volta amici e familiari sull'argomento.
Non c'è più tempo. Let's dress the change: vestiamo il cambiamento!
La poesia di oggi è affidata alla penna di Leonardo Tonini: poeta, editore, operatore culturale ed esempio di solidarietà.
IL PEGGIO CHE CI PUO' CAPITARE
è di vivere un eterno presente.
a volte non considero il fondo
delle mie parole, ma le parole
invecchiano presto. e alla fine
è questo cielo azzurro che ci opprime il cuore
Questo verso in particolare:
“...ma le parole invecchiano presto”
E presto sono dimenticate, aggiungo io.
Non sarebbe il caso di passare all'azione, finalmente?
Pensateci su, tra un tuffo e l'altro.