Nell’estate del 1969 gli Stati Uniti portavano la bandiera americana sulla Luna, oggi effettuano il primo giro intorno al satellite nel punto più lontano in cui l’uomo sia mai stato. Nella stessa calda estate di 57 anni fa, Giorgio Griffa lavorava alla mostra che avrebbe tenuto nella Galleria di Gian Enzo Sperone in corso San Maurizio. Oggi, in occasione dei suoi 90 anni, l’artista propone nella sua Fondazione fino al 2 luglio, propone un percorso espositivo dal titolo “Summer 69” e che parte proprio da quelle opere fino a quelle che lo hanno reso celebre come “pittore del segno”.
10 lavori storici realizzati tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta che segnano quel passaggio fondamentale, cui si aggiungono 8 tele portate a termine nel 2026.
“Due o tre anni prima del quadro del 1968 presentato da Sperone feci l’ultimo quadro figurativo. Ho dovuto abbandonare l'arte figurativa. In pochi anni ci fu un’accelerazione verso la pittura del segno" racconta l’artista.
Ad accompagnare le opere di Griffa, una trentina di scatti tratti dai rullini dell’amico Paolo Mussat Sartor che lo immortalato durante l’allestimento della mostra del 1969.
L'estate del 1969
“Ricordo un’estate caldissima. Eravamo tutti lì. Da Giuseppe Penone, fresco di Accademia, a Mario Merz, il più vecchio fra noi - ricorda Griffa -. Eravamo una comunità. Era un supportarsi per empatia che per filosofia. Torino allora era una città molto viva, di grandi cambiamenti. I momenti di mutazione sono quelli in cui si concretizza tanto. C’è stata una crisi legata all’industria ed è una crisi che c’è tuttora perché non abbiamo ancora il dopo, ma Torino ha continuato a cambiare. Per quanto mi riguarda è la mia città, la amo molto, non sono mai stato fuori, non sono mai stato un viaggiatore”.
Dall'intelligenza della natura a quella artificiale
Nel lavoro di Griffa l’attenzione si sposta sull’intelligenza della natura che oggi sembra entrare in conflitto, almeno in apparenza, con l'intelligenza artificiale: “Penso che siamo all’inizio di una rivoluzione simile per importanza a quella che fu l’invenzione della scrittura. Se grazie alle nuove tecnologie riusciremo a recuperare le conoscenze più antiche, avremo un arricchimento immenso. L’umanità è passata attraverso tanti di quei disastri da essa stessa costruiti che probabilmente possiamo avere un po’ di fiducia”.
Dal 1968 al 2026, i lavori in mostra
Nella prima sala si trova tra gli altri l’ultimo lavoro con la pittura a olio, “Policromo verticale” del 1968, e a fianco il “Monocromo” realizzato nello stesso anno. “Rivendendolo oggi, mi viene in mente che il mondo è talmente pieno di vita che la pittura si mette a guardare” spiega l’artista.

Opere in cui si vede il passaggio al segno. “Ero passato dal dipingere con il pennello definendo con esso un soggetto, al pennello che lascia il segno. L’identità è il segno stesso. La pittura ha almeno 35 mila anni di storia, è un’invenzione umana, ha al suo interno la memoria che l’umanità gli ha lasciato in tutto il suo percorso”.
Continuando nel percorso le “Linee orizzontali” del 1974, fino a “Spugna” e alle “Nove trasparenze”, tele che precedono il lavoro che celebrò Griffa nel 1980 alla Biennale di Venezia. Infine, si arriva ai campi di colore realizzati nell’ultimo anno.
“Richiama la memoria dell’affresco medievale, la luce lavora in un modo spettacolare. Mi fa piacere questo cerchio che parte dall’astratto e che richiama i grandi maestri del passato. Non ho mai cercato di essere un rivoluzionario, non ho mai lottato contro, ma ho sempre lottato per”.
Chiudono la mostra due scatti realizzati sempre da Sartor 57 anni dopo, con Giorgio Griffa vicino alle opere a cui ha lavorato per una vita intera.

“Ho l’energia necessaria per continuare e la devo dedicare tutta al mio lavoro. Ho la fortuna di non fare il ripescaggio di quello che facevo da giovane. Questo mi consente di concentrarmi sul lavoro e meno sui guai dell’età”.






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