La Fondazione Accorsi-Ometto si prepara a celebrare i primi 30 anni del Museo, che avverranno a cavallo tra il 2029 e il 2030, cercando di cambiare pelle: da una parte puntando sulle nuove acquisizioni e dall’altra rinnovando la propria immagine.
Il restauro del Complesso di Sant’Antonio
In quest’ottica ha preso il via il Progetto del Complesso di Sant’Antonio che vedrà coinvolti da importanti lavori di restauro sia il Museo e che tutto il complesso della chiesa di Sant’Antonio. “Dove oggi si trova la Fondazione Accorsi-Ometto, in passato vi era il complesso di Sant’Antonio Abate: un insieme di edifici sorto all’inizio del XVII secolo per accogliere i viandanti che giungevano in città da est - spiega il direttore Luca Mana -. Oggi il nostro proposito è quello di recuperare quanto resta del monastero e di ridare forma al complesso, nell’ottica di rifarne un varco di accesso alla città, non più medico-sanitario, ma culturale: una vetrina attraverso la quale raccontare le eccellenze del territorio locale, nazionale e, perché no, internazionale”.
“Si tratta del primo passo di un percorso che, da qui al 2030, ci porterà a festeggiare il trentennale dell’apertura del Museo. La Fondazione Accorsi-Ometto del futuro sarà nuova e dinamica: non un tempio accessibile a pochi, ma un foro, all’interno del quale si potrà parlare e confrontarsi, sull’esempio delle grandi piazze rinascimentali italiane”.
Le nuove acquisizioni
Contemporaneamente, la Fondazione Accorsi-Ometto si arricchisce di nuove opere per la propria collezione permanente, con l’acquisizione di oggetti che vanno dal XV secolo a inizio Novecento.
Dopo le due coppe in maiolica di ambito faentino e il cofanetto con scene di giochi tra cavalieri di bottega dell’Italia nord-orientale, ha acquistato una Natività del 1500 circa di un pittore vercellese, forse della famiglia degli Oldoni. L’importanza di questa opera sta nel fatto che una volta tanto, grazie a una mostra, si è riusciti a individuare, in ambito antiquariale, un’opera che rischiava di essere venduta e di finire all’estero. Gli studi sulla famiglia Oldoni, intrapresi durante la mostra su Giovanni Antonio Bazzi, hanno permesso poi di identificare l’ambito territoriale in cui è stata realizzata l’opera: prima la si dava per centro Italia, adesso è stata correttamente ricollocata in Piemonte.
Il trittico con la Crocifissione e Santi, della Bottega degli Embriachi, risalente al 1390-1400, è uno splendido esempio di opera tardo medievale, periodo finora poco rappresentato nella collezione museale. Le tazze con le prove del colore blu della manifattura Ginori, a Doccia, del 1740-1745, costituiscono un esempio rarissimo degli inizi della manifattura e sono pezzi unici, inesistenti in altri musei al mondo, eccetto quelli conservati al Museo Ginori di Sesto Fiorentino; anche la tazzina traforata sempre Ginori, dello stesso periodo, rappresenta un unicum, in quanto unico esempio conosciuto di tazzina in porcellana bianca traforata, derivante probabilmente da un prototipo viennese che a sua volta riprende un originale estremo-orientale e di Meissen.
Infine, assai curiosi sono i due vasi in vetro con coperchio che servivano per contenere i diversi campioni di terre utilizzati dalla manifattura Ginori nella produzione delle sue porcellane. Di tutt’altro interesse sono invece i quattro bozzetti di Francesco Gonin, modelli preparatori per gli affreschi che il pittore realizzò, nel 1847, all’interno della Sala delle Guardie del Corpo di Palazzo Reale di Torino, e il Ritratto della madre di Carlo Levi del 1930.
La app
Il Museo ha una collaborazione con Reveel, startup finlandese che permette di leggere e di ascoltare tutte le informazioni riguardanti le collezioni del Museo e delle mostre temporanee in 63 lingue.














