Oggi Nuove Note vi fa conoscere un’artista che suona il pianoforte, scrive canzoni, canta in inglese e ha un legame fortissimo con la natura. Lei è Carlotta Silano, in arte Carlot-ta. Ha all’attivo due album, di cui il secondo “Songs of mountain stream” è dedicato interamente alla natura. La sua musica di primo acchito può sembrare elitaria e anacronista ma in realtà miscela al suo interno i suoni della natura agli strumenti musicali e alla componente elettronica. da pochi giorni si è rinchiusa in studio per lavorare al nuovo album che sarà fatto di canzoni per organo a canne, voci, elettronica e percussioni.
Ciao Carlotta, il pianoforte ha scelto te o tu hai scelto lui?
In realtà quando avevo 4 anni avevo scelto il bassotuba. Lo vidi in tv, all’Albero Azzuro, che ospitava una rubrica di Patrizio Fariselli, e mi incuriosì molto. A tal punto che i miei genitori pensarono di iscrivermi a un corso di musica, dove, per fortuna, ho incontrato il pianoforte.
Cosa c’è nella tua musica degli studi classici che hai affrontato con il pianoforte?
Lo studio del pianoforte mi ha insegnato in primo luogo una tecnica, che diventa uno strumento a mia disposizione nel momento della scrittura. Il pianoforte è infatti un elemento centrale nelle mie canzoni, quello su cui si regge e che determina la struttura dei brani.
Raccontaci il tuo processo creativo che porta alla nascita di un pezzo.
Di solito le canzoni nascono, appunto, dallo strumento, da uno spunto melodico o armonico. I testi sono invece l’ultima cosa, come se fosse un secondo livello di lettura, non necessario al primo ascolto.
Il richiamo alla natura è forte sia nei testi che nei suoni di sottofondo che troviamo el tuo secondo album “Songs of mountain stream”, dedicato appunto alla montagna. Hai scelto la natura come veicolo di quale messaggio?
Amo molto la montagna e sono in particolare affezionata a un luogo specifico, che si trova in Valsesia e che non viene però mai nominato nel disco. L’idea è un po’ quella romantica di un sentimento della natura, come elemento da contemplare e in cui ritrovare qualche immagine di bellezza. Tutto con un po’ più di ironia. Mi interessava poi il lavoro sui suoni – che ho realizzato insieme a Rob Ellis (Pj Harvey, Anna Calvi, Marianne Faithfull), il produttore del disco: il fatto di poter tramutare i suoni di un luogo in un racconto di quel luogo stesso.
Hai registrato i suoi della montagna e li hai tradotti in percussioni, citi nei tuoi testi poeti come Valery e Wordsworth, la componente elettronica è presente nella tua musica. Ne viene fuori un mix raffinato e interessante ma allo stesso tempo elitario e anacronistico per gran parte del pubblico italiano. Chi è il tuo ascoltatore modello?
Direi chiunque ascolti musica senza cercare un riconoscimento generazionale. A volte mi viene detto che la mia musica è troppo difficile, non credo sia affatto così, forse non è facile trovare dei riferimenti al quotidiano, in senso stretto, e questo complica un po’ le cose. Mi piace pensare, come giustamente hai detto tu, che la mia musica sia un po’ fuori dal tempo. Ed è anche quello che cerco nella musica che ascolto.
Stai lavorando al nuovo disco, cosa ci puoi raccontare in merito?
Questa volta lo strumento centrale non sarà il pianoforte, ma un altro strumento a tastiera. Si tratta infatti di un album di canzoni per organo a canne, voci, elettronica e percussioni. A produrlo sarà Paul Evans, che arriva dalle lande islandesi. Il disco uscirà per Egea a inizio del 2018.
Quando ti esibisci come strutturi il live? Quali strumenti ti accompagnano sul palco?
Ho suonato in questi anni le mie canzoni con diverse formazioni. A volte suono da sola – con pianoforte, chitarra e fisarmonica - altre accompagnata da un polistrumentista, altre ancora da una band, e ho suonato anche con degli archi per un certo periodo. Nell’ultimo anno inoltre ho inoltre dato vita a un progetto parallelo, con un’altra cantautrice torinese, Cecilia, che suona l’arpa. Il progetto si chiama Doppelgänger, perché un po’ ci assomigliamo.
Progetti futuri?
In un futuro prossimo sogno di portare in giro il mio disco per organo nei luoghi in cui lo strumento è presente, nelle chiese, quindi. Suonare l’organo è un’esperienza curiosa, perché è uno strumento che non si muove, è un luogo di per sé.
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