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Copertina | 01 giugno 2023, 00:00

Ernesto Olivero: i miei primi 40 anni di Arsenale della Pace

Perché trasformare una fabbrica di armi in una di pace? La trasformazione dell’Arsenale della Pace è un segno evidente, è la testimonianza che anche il male più oscuro può essere convertito. L’intervista esclusiva a Ernesto Olivero.

Ernesto Olivero: i miei primi 40 anni di Arsenale della Pace

Il 2 agosto l’Arsenale della Pace compie 40 anni: perché avete deciso di trasformare una fabbrica di armi in una di pace?

Di certo non è stata una decisione presa a tavolino. La storia del Sermig si è sviluppata attraverso gli imprevisti: incontri che non avremmo immaginato, situazioni che ci hanno fatto pensare. L’Arsenale della Pace è nato dall’incontro con due figure decisive: il sindaco di Firenze Giorgio La Pira e Papa Paolo VI. La Pira mi fece innamorare del profeta Isaia e delle sue parole, che annunciano un tempo in cui le armi non saranno più costruite e i popoli non si eserciteranno più nell’arte della guerra. Il Papa, invece, condivise con noi il suo sogno di una rivoluzione d’amore nella terra dei santi di Torino. L’Arsenale era proprio lì. È come se i sogni di questi due grandi uomini si fossero incontrati. Il resto lo ha fatto la Provvidenza e l’aiuto di milioni di persone, giovani e adulti, disposti a restituire tempo, capacità, risorse. Insomma, a mettersi in gioco. Lo dico sempre: noi all’epoca non avevamo una lira, ma avevamo un sogno. Tutto è iniziato così.

Cosa vuol dire essere Arsenale della Pace in un momento in cui la guerra è tornata in Europa, con il conflitto tra Russia e Ucraina?

La trasformazione dell’Arsenale della Pace è un segno evidente, è la testimonianza che anche il male più oscuro può essere convertito. A volte penso all’onda di morte partita da quella fabbrica che produsse gran parte delle armi delle guerre del Risorgimento e delle guerre mondiali. Quanto dolore! Quanta sofferenza! Eppure, oggi le pietre dell’Arsenale testimoniano un presente e un futuro diversi. Ma non basta. L’Arsenale ricorda che la pace non è una parola, un sentimento, un discorso buonista, ma un fatto che si costruisce attraverso opere di giustizia. Le abbiamo viste anche in questa assurda guerra quando l’Arsenale è stato invaso da un fiume di solidarietà incredibile che ci ha permesso di distribuire in Ucraina oltre 1600 tonnellate di aiuti. Credere nella concretezza della pace significa impegnarsi per un mondo in cui le armi non saranno più costruite, la politica e la diplomazia riprenderanno il loro spazio, il bene comune sarà la bussola. Ora non è così, ma dobbiamo impegnarci per questo, ognuno per la sua parte.

Lei ha viaggiato nei luoghi di guerra? Qual è la cosa più brutta e bella che ricorda di questi viaggi?

Credo nella pace perché ho visto la guerra. Ho conosciuto il male nascosto in ogni conflitto. Dico spesso che le armi uccidono più volte perché distolgono fondi dallo sviluppo, annientano la vita innocente, alimentano l’odio futuro, segnano per sempre i reduci. Questa è la realtà di ogni guerra e le tragedie si ripetono sempre diverse ma in fondo sempre uguali, perché il dolore è dolore. Lei mi chiede però dov’è la speranza. Me lo sono chiesto anche io più volte. Credo che anche nella guerra più atroce, la speranza sia racchiusa in ogni gesto di bene, anche nascosto. Anche nelle situazioni più drammatiche ho sempre incontrato persone splendide, disposte a dare la vita, disposte a mettersi in gioco per la pace. Dove c’è anche solo un po' di bene, il male non vince.

Come era Borgo Dora quando siete arrivati e come è cambiato, anche per vostra iniziativa?

Borgo Dora era un quartiere difficile anche per il degrado in cui versava. Nelle case del quartiere gli ultimi trovavano abitazioni di fortuna. Prima erano immigrati dal sud poi i nuovi poveri, in arrivo dal Sud del mondo: Africa, Maghreb… Anche l’Arsenale era un rudere. Immaginate oltre 40mila metri quadrati di edifici completamente abbandonati. Quando entrammo nel primo edificio mi sembrò di entrare in una cattedrale a cielo aperto, ma oggi ripensando a quei momenti vedo anche la sproporzione del nostro sogno. Un impresario dell’epoca ci disse che sarebbero serviti centinaia di miliardi delle vecchie lire per rimettere tutto a posto. Noi eravamo un piccolo gruppo di giovani, inesperti, con pochi mezzi. Eppure, i nostri ideali ci hanno superati. L’Arsenale oggi è una casa sempre aperta: accoglienza, cultura, spiritualità, proposte per i giovani. Anche Borgo Dora oggi è diverso da tanti anni fa, e credo che il merito sia anche di chi ha messo a disposizione tempo, energie e risorse per trasformare l’Arsenale. Sono davvero milioni di persone che non smetterò mai di ringraziare.

Il Sermig è nato nel 1964, quindi il prossimo anno festeggia 60 anni? Un bilancio?

Non mi piace fare bilanci perché significa adagiarsi. Certo, i nostri numeri parlano da soli: milioni di pasti e di notti di ospitalità, milioni di ore di volontariato, milioni di persone incontrate. In una sintesi, milioni di persone che hanno aiutato e che sono state aiutate. Ma quello che conta è il metodo che ci ha portato a realizzare tutto questo: la disponibilità ad accogliere l’imprevisto, le situazioni che arrivano alla porta e che ci interpellano. Se non avessimo fatto così, il Sermig non sarebbe quello di oggi. Faccio un esempio. Ricordo l’incontro di tanti anni fa. Parlavamo di pace, quando a un certo punto un ragazzo si alzò, prese la parola puntandomi il dito contro e mi disse: “Belli questi discorsi, ma tu stanotte dove dormi?”. Io non capivo. “Allora, dove dormi?”. Continuavo a non capire. “Ehi, Olivero, mi dici dove dormi?”. Quella sera avvisai mia moglie che non sarei tornato a casa e accompagnai quel ragazzo che mi fece scoprire l’inferno di chi dormiva in stazione. Quel dito puntato fu uno degli “imprevisti” più decisivi della nostra storia. Se ogni notte negli Arsenali dormono più di 2mila persone è, anche, grazie a quel ragazzo.

Non ha mai avuto un momento di paura o di esitazione?

Certo. La paura e i dubbi fanno parte della nostra umanità. Credo rendano anche più credibile un’esperienza. Chi non ha paura e chi non ha dubbi non è umano, è un esaltato. Ma il problema non è questo. È chiedersi che cosa fare con i dubbi e con la paura. Io ho sempre cercato di guardarle in faccia, di affrontarle. La mia, la nostra forza è stata sempre cercare il consiglio di persone sagge; fare squadra con gli amici della fraternità e confrontarci. E poi fare la scelta intima di aggrapparsi alla luce anche nel buio. Mi ha sempre sostenuto la fede e con questi aiuti si può affrontare tutto. Paura e dubbi possono esserci, ma non avranno mai l’ultima parola.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella tutte le volte che viene a Torino passa al Sermig. Come è nato il vostro rapporto?

L’incontro con il Presidente è stato una carezza. Ci siamo conosciuti pochi mesi dopo la sua elezione. Venne a Torino e chiese di visitare un luogo impegnato nella solidarietà. Scelse l’Arsenale della Pace. Da quel momento, non ci siamo più persi di vista. È nata un’amicizia che è giusto avvolgere di rispetto e anche di discrezione.

Quali sono le persone più importanti che ha incontrato in questi anni?

Faccio fatica a fare classifiche, anzi non voglio farle. Ho ricevuto insegnamenti preziosi da tante persone, alcune conosciute, altre no. Ma ho sperimentato che l’incontro vero non avviene tra ruoli, cariche, classi sociali, ma tra anime. Se partiamo da qui, possiamo imparare da tutti. Nella mia vita ho raccolto perle da autorità e persone molto importanti, ma anche dai bambini, dai carcerati, dagli ultimi che in tante situazioni sono diventati miei maestri. Poi, certo, ci sono stati incontri che hanno allargato la nostra strada: penso a Giovanni Paolo II, a dom Luciano Mendes de Almeida, a madre Teresa di Calcutta. Ma anche a figure come Michele Pellegrino, Norberto Bobbio e Sandro Pertini. Ho ricordi indelebili di ognuno e l’elenco potrebbe essere molto più lungo.

Torino, come moltissime altre grandi città, vive un momento di difficoltà economica. Pandemia prima e caro-bollette poi hanno allungato le file di persone in cerca di aiuto? E come rispondete a questa crescente domanda di bisogno?

Avvertiamo la crisi già da tempo. Nei due anni di pandemia, e successivamente, si è acutizzata. Il post pandemia è molto complesso. Dal lockdown ad oggi all’Arsenale della Pace ci siamo ritrovati ad aiutare centinaia di persone e di nuclei familiari sia per il cibo che per le visite mediche. Ma c’è anche una povertà che non si vede, è la fragilità psicologica di tanti, soprattutto dei più giovani. Noi proviamo a fare la nostra parte, ma credo che la provocazione generale di questo tempo sia chiedersi con onestà: “Ma io, cosa posso fare?”. La risposta riguarda tutti. C’è bisogno dell’impegno e della creatività di tutti: risorse, vicinanza, amicizia, concretezza. Occorre darci da fare.

Rifarebbe tutto o c’è qualche rimpianto?

Rimpianti no. Posso aver sbagliato qualcosa, ma non in malafede. Ho sempre cercato di fare tutto quello che potevo, ho fatto del mio meglio. Oggi, come ieri, cerco di vivere l’attimo presente. È lì che siamo chiamati a giocarci la vita. Il passato non è più, il futuro non ancora. Ma l’oggi è nelle nostre mani. Sta a noi, sta a noi scegliere come spenderlo. 

Cinzia Gatti

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