"Non si cederà l’edificio a delle logiche del terzo settore o a delle configurazioni di pubblico-privato che vanno a snaturare quella che è l’essenza di Askatasuna.” Ovvero: “Un posto fisico dove realizzare un’alternativa non mercificata, costruita dal basso”. Le intenzioni degli esponenti del centro sociale sono chiare.
Ripartire da un luogo. Vanchiglia. E da due momenti. Uno più locale. La partecipata assemblea del 14 gennaio, con le varie anime del quartiere radunate, per porre le basi del post sgombero. Uno più nazionale (quasi universale). Quello del 31 gennaio, con le decine di migliaia di persone in marcia. Non solo per il centro sociale di corso Regina Margherita, ma per alzare la voce del dissenso, della partigianeria. Non come slogan, ma come prospettiva, come alternativa.
Un pensiero critico maturato, ad ampio spettro, in precedenza. Dicono. Nei mesi di settembre-ottobre, con le azioni di “Blocchiamo tutto”. Un motto partito dai portuali di Genova, poi rimbalzato nelle diverse anime della protesta. Quel turning point che ha seguito la flotta della Global Sumud Flottilla verso Gaza. Seguito da un secondo episodio chiave: lo sgombero del 18 dicembre.
Due momenti che hanno, secondo chi ha partecipato a quelle manifestazioni, messo insieme le lotte di chi ripudia la guerra, ma anche di chi è contro Meloni e di chi lotta per differenti cause. Dal lavoro, all’abitare, al diritto allo studio, passando per questioni di genere, di orientamento sessuale. Persone di ogni età ed estrazione sociale. In termini sociologici: intersezionalità.
Un concetto non nuovo, ma che torna in auge. Specie dopo lo sgombero del centro sociale di Askatasuna, spazio del dissenso attorno a cui è arrivata unanime e trasversale la solidarietà di molte realtà (oltre 200 tra circoli e associazioni). E con le stesse intenzioni il prossimo 28 marzo verrà organizzata una mobilitazione nazionale a Roma. E prima a Livorno il 21 e 22 febbraio. Il nuovo Dl sicurezza "già impacchettato" potrebbe essere un fil rouge che può tenere insieme le prossime proteste, dicono.
Si guarda oltre le violenze
Aska vuole ripartire dalla sua massa critica. Ma anche dai suoi spazi, che rivendica. Almeno queste sono le intenzioni espresse dai rappresentanti del centro sociale sgomberato che tornano a parlare a dieci giorni da quegli episodi.
Restano le domande attorno all’edificio e chi vi andrà. Chi è oggi Askatasuna? Cosa ne sarà? È possibile Askatasuna senza un luogo? È possibile senza certe persone? Come ci si può dimenticare della guerriglia esplosa a due passi da quell’edificio? Su che basi può reggere un nuovo accordo? Quali saranno gli interlocutori istituzionali?
"La priorità è che la città si metta in confronto rispetto a quella che è l’esigenza. Le varie altre proposte che verranno fatte saranno contrastate, perché non rispecchiano l’esigenza reale che è quella di stare fuori a logiche di mercato, con spazi gratuiti, di libero accesso”, lo sostiene Martina, esponente di Askatasuna.
Un’altra forma
Sarà sempre “marchiato” con il nome del centro sociale? Viene chiesto. “L’edificio prenderà un’altra forma. L’edificio è già ora molto di più. Per noi è più importante che le realtà del quartiere lo portino avanti. Il futuro è da costruire insieme. Aska è nelle lotte: di studenti, lavoratori, pensionati, facciamo parte dei percorsi collettivi”. Aska, quindi, ci sarà e farà parte del percorso, come un uno di un tutto. Una sineddoche fatta di persone e poi di mattoni.
Intersezionalità, appunto. Globalmente, ma, in questo caso, circoscritta a una fetta di Torino. Un modello alternativo a chi svuota gli spazi di socialità.
“Siamo di fronte a un governo che è nemico del popolo, ma allo stesso tempo vediamo che c’è un popolo che ha voglia di resistere a questo attacco. Quello che abbiamo visto il 31 gennaio è una parte. C’è stato il riconoscimento della necessità di scendere in piazza in un momento in cui non c’è più voglia di delegare a un qualcuno che non fa gli interessi della popolazione. Gran parte del paese è scontento. Gran parte delle persone non votano. Meloni dice che chi protesta è nemico dell’Italia: noi pensiamo che chi protesta faccia l’interesse dell’Italia, al contrario del governo.”
A Torino si prova a guardare oltre. Anche a quelle due ore di guerriglia che hanno portato a centinaia di feriti. Un poliziotto preso a martellate, lacrimogeni, sassaiole, petardi, manganellate, violenza tout court. “Una canea mediatica”, l'ha definita Michele, un portavoce del centro. Un tema su cui i rappresentanti del centro sociale glissano. O meglio, a loro avviso, resta una questione che distrae da quelli che sono gli scopi di chi protesta.
"Il dibattito si è schiacciato sulla violenza, una scorciatoia - sostengono -. I movimenti su questi temi hanno già affrontato la questione ed è già stata ampiamente superata”.
E, chiude, Martina: "Chi ha innalzato il livello in questa situazione è chi ha deciso di attaccare Askatasuna e di attaccare una città con lo sgombero del 18 di dicembre".

















