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Eventi | 22 marzo 2026, 08:25

Federico Buffa torna al basket e racconta Kobe Bryant. Presto uno spettacolo sul Grande Torino [INTERVISTA]

Un racconto musicale sul 'Black Mamba' dove la sua morte non c'è ma aleggia nel teatro. E sulla pallacanestro a Torino: "Il basket non cresce senza le grandi città"

Federico Buffa

Federico Buffa

Federico Buffa è partito dal basket e ritorna al basket: dalle telecronache in TV allo spettacolo teatrale su Kobe Bryant, sul palco del Teatro Colosseo il 24 e il 25 marzo. "Con lo spettacolo di Jordan e questo - racconta - è la prima volta che ho parlato di basket da quando non lo commento più, nel 2013". Ma, come ha ammesso durante l'intervista - l'amore per la palla a spicchi è tutt'altro che spento: "Ancora oggi è il mio gioco".

In "Otto infinito - Vita e morte di un Mamba" Buffa ripercorre la vita di Kobe Bryant, morto tragicamente nel 2020 insieme alla figlia durante un volo in elicottero. Ma nello spettacolo non si parla di quello: la morte è solo uno spettro che aleggia in sala e unisce chi sta sul palco con chi siede in platea, tutti uniti da amore e stima per il giocatore simbolo dell'NBA negli anni 2000.

Partiamo dallo spettacolo: che tipo di spettacolo sarà?

"Uno spettacolo dalla forte componente evocativo musicale, una narrazione che segue 38 anni della sua vita dalla nascita fino a quando ha smesso di giocare e non lo contempla come morto, a parte una citazione finale. Lo segue nei percorsi sportivi ma soprattutto umani, segue questo giovane uomo che cresce diversamente dai compagni: cresce in Italia e in contatto con una realtà meno conflittuale, meno aggressiva e competitiva e soprattutto vicino all'arte. Non ha un'anima nera e quanto torna negli Stati Uniti è un problema di identità, non capisce lo slang. Da un punto di vista letterario ci sono tutti gli elementi classici della tragedia greca".

Chi ha già visto gli spettacoli di Federico Buffa cosa troverà di tradizionale e cosa invece di nuovo?

"Di tradizionale c'è l'amore sconfinato per il gioco della pallacanestro, in particolare di un atleta che ho potuto ammirare nelle sue prime tre Finali, che ho visto dal campo. Di non tradizionale c'è una narrazione statica: non mi muovo perché la musica prevale sulla narrazione e sono più arretrato, non vado praticamente mai verso il pubblico, diversamente dallo spettacolo di Jordan".

Come mai questa scelta di non trattare la sua morte?

"È una scelta mia perché lo spettacolo è come una messa cantata: tutti i presenti conoscono la storia e non c'è bisogno di raccontare una cosa che sanno già. La morte aleggia nel teatro ma non abbiamo bisogno di questo, c'è una solidarietà tra chi recita e chi ascolta".

Cosa rappresenta Kobe Bryant, secondo lei, per gli appassionati di basket?

"Jordan è un atleta degli anni '80 e '90, mentre Kobe è un atleta del nuovo millennio, ha giocato fino al 2016 quindi la maggior parte dei presenti l'ha visto giocare direttamente. Jordan è più lontano, Bryant è molto più vicino. Poi lui ha raccontato la storia della Mamba Mentality nel suo libro e vedo tanti ragazzi che me lo fanno firmare".

Lei è nato come telecronista di pallacanestro, c'è ancora qualcosa di speciale nel raccontare storie di basket rispetto agli altri sport?

"Sì c'è tantissimo di speciale, è decisamente il mio gioco ancora oggi. La mattina guardo gli highlights mentre una volta guardavo le partite, ma il mio punto di riferimento è l'NBA". 

Le manca la telecronaca?

"Solo le Finali. Andare a fare le Finali negli Stati Uniti è incredibile, tra vedere Gara 5 del '97 e Gara 6 del '98 di Michael Jordan al Delta Center di Salt Lake City e la finale dei mondiali di calcio al Maracanã, prendo cento volte le Finali".

È al settimo spettacolo al Teatro Colosseo dal 2017, quasi dieci anni. Com'è il suo rapporto col Teatro Colosseo?

"È uno dei nostri teatri preferiti, c'è una cultura teatrale fuori dalla norma, un approccio del pubblico che è caldo ed educato allo stesso tempo. È maestoso, era stato il teatro più grande in cui mi ero esibito fino a poco tempo fa. Mi colpisce molto il rapporto profondo con la platea e il palco non è troppo grande ma giusto per quello che facciamo".

E il suo rapporto con Torino città, anche dal punto di vista sportivo?

"Torino secondo me è la città che è cresciuta di più da tanti punti di vista negli ultimi 20 anni, dalle Olimpiadi in poi. Potrebbe essere la città più abitabile d'Italia. Sto scrivendo uno spettacolo sul Grande Torino: oggi ho finito di scrivere un capitolo. Sarà un affresco dell'Italia post bellica dove c'è il calcio ma anche tutto il contesto in cui si svolge".

Torino è una città di calcio che negli ultimi anni si è legata al tennis e ad altri sport. Il basket ha delle possibilità di ritagliarsi uno spazio importante? Cosa manca?

"Quante partite ho visto al vecchio palazzetto: quando c'era Dawkins era fantastico… Roma e quante altre importanti città italiane non hanno una squadra dove dovrebbe essere? Il basket non cresce se non ci sono le grandi città, ha una sua vecchia indole provinciale di città come Cantù, Pesaro, Varese, ma senza le grandi città non si cresce. E adesso arriva l'NBA che è un tosaerba".

Un modello Polisportiva Juventus come succede a Barcellona e a Madrid potrebbe funzionare?

"Non ha funzionato ai tempi di Berlusconi, Fabio Capello fu nominato per gestire tutto ma è complicato e non funzionò. Barcellona come il Real Madrid sono "Club de Socios", dove il presidente è eletto dai soci, è diverso".

Informazioni:

"Otto infinito - Vita e morte di un mamba"

Martedì 24 e mercoledì 25 marzo ore 20.30, Teatro Colosseo

Di e con Federico Buffa

Pianoforte: Alessandro Nidi; percussioni: Sebastiano Nidi; trombone: Filippo Nidi

Regia di Maria Elisabetta Marelli

Visual e animazioni: Francesco Poroli e Mattia Galione

Disegno luci: Luca de Candido

Produzione: International Music and Arts.

Francesco Capuano


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